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Solo Risvegliandoci...

"E' in corso uno sforzo concentrato per prevedere e gestire il comportamento umano in modo che gli scienziati sociali e l'elite dittatoriale possano essere in grado di controllare le masse e proteggersi dalle ricadute di un'umanità libera completamente risvegliata. Solo risvegliandoci ai loro tentativi di metterci a dormire noi abbiamo una possibilità di preservare il nostro libero arbitrio."
Nicholas West


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Giù le mani dalla
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All’origine della scrittura

All’origine della scrittura

tratto da: http://www.simmetria.org
di S.Serafini

La rivista New Scientist (Il codice dell’età della pietra. Come non ci eravamo accorti dell’origine della scrittura, 20 febbraio 2010) ha recentemente dedicato la propria copertina a una rivoluzionaria scoperta: i dipinti sulle pareti delle grotte preistoriche erano accompagnati da un codice ricorrente di segni, 25.000 anni prima delle più antiche testimonianze alfabetiche. Le due implicazioni più immediate degli studi di Jean Clottes, già direttore delle ricerche a Chauvet, e del grande database di petroglifi francesi datati tra i 35.0000 e i 10.000 anni da oggi, realizzato da Genevieve von Petzinger e April Nowell dell’Università di Victoria (Canada), sono formidabili. Innanzitutto, l’esistenza di una codificazione astratta nel Paleolitico superiore (i segni hanno tra i 13.000 e i 30.000 anni), tradizionalmente ritenuto “muto” se non per i grandi affreschi a soggetto animale come Altamira o Lascaux, o per incisioni anamorfiche (calendariali?) su manufatti. Ma poi la sbalorditiva diffusione del medesimo insieme di segni in tutto il mondo, che ad alcuni, come al prof. Iain Davidson dell’Università del New England, fa pensare all’improvvisa “emersione”, circa 40.000 anni fa, di una trasformazione cognitiva strutturale nella razza umana.

Più che a una scoperta – come spesso avviene nella scienza – siamo di fronte a una riscoperta. Le studiose che hanno confrontato i 26-29 segni ricorrenti sulle pareti di antiche grotte australiane, asiatiche, europee, americane ed africane, ammettono che l’attenzione verso le grandiose pitture a soggetto animale e venatorio avrebbe “distratto” i ricercatori precedenti dal riconoscere l’importanza dei piccoli e costanti segni che le accompagnavano.

Eppure anche i dipinti preistorici erano stati ignorati dalla comunità scientifica, allorquando Marcelino Sanz Sautola li segnalò per la prima volta nel 1879 (la scoperta in realtà si deve alla figlia seienne dell’archeologo, così intento a cercare professionalmente reperti sul pavimento da non levare gli occhi verso l’alto). Troppo belli e ben fatti, non corroboravano l’idea standard dei “cavernicoli bestiali”, e furono ritenuti inautentici dagli accademici per almeno un ventennio. Solo pochi anni fa, infine, si è giunti a riconoscere che le splendide pareti sono composizioni collettive, perfezionate in un impressionante lasso di tempo (almeno 20.000 anni) dal lavoro di centinaia di generazioni che, con una costanza oggi al limite del comprensibile, tornavano a ricolorare e a modificare periodicamente dettagli e posizioni degli affreschi.

Ma quella della “scrittura” paleolitica è una riscoperta anche in senso proprio. Tra il 2000 e il 2002 collaborai con il prof. Giuseppe Sermonti a un affascinante studio sulle origini dell’alfabeto della grande famiglia semitica, che comprende lo abc latino, quello greco, etrusco, fenicio, su fino all’alba della nostra scrittura fonetica, il proto-sinaitico. Destando qualche perplessità, presentammo allora alla Società Italiana di Archeoastromia e su diverse riviste una spiegazione astrale dell’origine dell’alfabeto, già ipotizzata da Alessandro Bausani nel 1978. L’ordinamento e la forma delle lettere alfabetiche ricalca sostanzialmente lo snocciolarsi e i disegni celesti degli asterismi, indicati dai passaggi della luna nelle costellazioni (mansioni lunari). La ricerca, suffragata da elementi impressionanti di storia comparata delle mitologie, condusse il prof. Sermonti a datare al Paleolitico sia le costellazioni, sia quelle che riconobbe come proto-lettere: segni ricorrenti raffigurati in corrispondenza delle grandi pitture primitive, il cui vero soggetto, vestito da tori e cavalli, era il cielo, e i giri delle sue stelle nel pascolo dell’eternità. La mandria delle costellazioni si sposta con la precessione degli equinozi, tornando al suo punto di partenza ogni 26.000 anni. Le generazioni dei pittori delle grotte tennero dietro loro religiosamente, spostando concordemente le raffigurazioni secolo dopo secolo, in un coro di muggiti stellari e canti umani, dei quali oggi la scienza raccoglie i segni muti come inizio dell’era delle lettere (cfr. G. Sermonti, L’alfabeto scende dalle stelle. Sull’origine della scrittura, Mimesis, Milano 2009).

Bibliografia

  • Alessandro Bausani, “L’alfabeto come calendario arcaico”, Oriens Antiquus, 17 (1978), pp. 131-146
  • Giovanni Garbini, “All’origine dell’alfabeto”, in E. Acquaro e D. Ferrari, Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture, Lumièrese Internationales, Lugano, 2008, pp. 11-23
  • Giovanni Pettinato, La scrittura celeste. La nascita dell’astrologia in Mesopotamia, Milano, Mondadori, 1998
  • Kate Ravilious, “Messages from the Stone Age”, New Scientist, 205 (2010) 2748, pp. 30-34
  • Stefano Serafini, “La scrittura celeste: nell’alfabeto un’antica testimonianza archeoastronomica?”, Rivista Italiana di Archeoastronomia, 2 (2004), pp. 95-105
  • Giuseppe Sermonti, “Le nostre costellazioni nel cielo del Paleolitico”, Giornale di Astronomia, 20 (1994) 3, pp. 4-8
  • Giuseppe Sermonti, Il mito della Grande Madre. Dalle amigdale a Çatal Hüyük, Mimesis, Milano, 2002

 

Il “codice” e la sua diffusione (da New Scientist)

Sotto: raffronti tra incisioni preistoriche e fenomeni celesti (da Sermonti, “Le nostre costellazioni nel cielo del Paleolitico”)

 

 


 VISITA VIRTUALE

 


 


Confermato il primato di antichità
delle pitture della grotta di Chauvet

tratto da: http://www.lescienze.it/

Messo in discussione a causa della sofisticata tecnica pittorica, che non ha riscontri in altri reperti coevi, è stato confermato dalla ricostruzione e datazione delle frane che ne hanno bloccato l'accesso per oltre 20.000 anni. La scoperta ha importanti implicazioni sull'evoluzione delle capacità cognitive dei nostri antenati

A dispetto delle polemiche sulla loro datazione, le straordinarie pitture che decorano le pareti della grotta di Chauvet, nella regione francese dell'Ardèche, sono la più antica, e la più raffinata, manifestazione di arte pittorica rupestre conosciuta. La conferma, indipendente dalla datazione al radiocarbonio, viene da uno studio condotto da ricercatori dell’Université de Savoie/CNRS e dell’Aix-Marseille Université di cui riferisce un articolo pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

La grotta di Chauvet è un sito di eccezionale interesse per lo stato di conservazione delle bellissime pitture che ne ornano le pareti, per i temi pittorici raramente presenti in altri siti, come le raffigurazioni di felini e rinoceronti, ma anche per la maestria con cui gli autori hanno padroneggiato una tecnica pittorica che non si riscontra in alcun altro sito di arte rupestre del Paleolitico.

Difatti, sulla base della sola analisi stilistica, inizialmente le pitture di Chauvet erano state fatte risalire a un periodo relativamente recente, compreso fra il Solutreano, fra i 22.000 e i 17.000 anni fa, e il Magdaleniano, fra i 17.000 e i 10.000 anni fa. In seguito, però, la datazione al radiocarbonio aveva stabilito una collocazione temporale molto anteriore, compresa fra i 32.000 e i 30.000 anni fa.

Confermato il primato di antichità delle pitture della grotta di ChauvetNel 2010, il regista Werner Herzog ha ottenuto il permesso di girare all'interno della grotta di Chauvet. Il risultato è lo straordinario documentario in 3D Cave of forgotten dreams (cortesia PictureHouse Entertainment/History films)


Nonostante il “peso” di questa datazione, molti esperti del settore erano comunque rimasti dubbiosi a causa del divario stilistico fra le pitture di Chauvet e le altre espressioni artistiche di sicura epoca paleolitica, anche se nel 2009 la scoperta della “Venere di Hohle Fels”, datata fra i 28 e i 40.000 anni fa ha mostrato l’esistenza di sofisticate manifestazioni artistiche in epoca molto remota.

L’identificazione di ulteriori vincoli cronologici indipendenti da quelli finora utilizzati rappresenta quindi un passo significativo per stabilire il quadro cronologico assoluto delle pitture di Chauvet.

Proprio in questa ottica si sono mossi Benjamin Sadier e colleghi, che hanno determinato, sulla base di riscontri geomorfologici e di datazione con il cloro-36, il momento in cui una frana ha bloccato l’ingresso della grotta, impedendone l’acceso fino alla sua scoperta nel 1994, e contribuendo alla buona conservazione delle pitture.

Confermato il primato di antichità delle pitture della grotta di ChauvetRicostruzione con tecnica LIDAR dell'ingresso della grotta di Chauvet.  (Cortesia Benjamin Sadier et al. / PNAS) Dalle analisi così condotte, gli autori ipotizzano che la parete a strapiombo che sovrasta l’ingresso della grotta abbia subito una serie di crolli a partire da 29.000 anni fa, fino alla completa ostruzione dell’ingresso avvenuta non più tardi di 21.000 anni fa.

Insieme alla prova precedente della datazione al radiocarbonio dell'arte rupestre, di carbone e ossa di animali, l'ostruzione dell'ingresso della grotta da parte di massi permette di concludere che le pitture risalgono senz'altro a più di 21.000 anni fa. Lo studio conferma quindi il primato di antichità delle pitture rupestri di Chauvet, con le conseguenti, importanti implicazioni per quel che riguarda le abilità cognitive degli artisti che le realizzarono.

 


 

Il sogno di pietra

tratto da: http://www.unipd.it/

Cave of Forgotten Dreams, la grotta dei sogni dimenticati, è il titolo del documentario che Werner Herzog ha realizzato nel 2010, calandosi dentro gli stretti cunicoli della grotta Chauvet nell'Ardèche, in Francia, per riprendere le meravigliose pitture rupestri risalenti al Paleolitico Superiore, circa 30.000 anni fa, e scoperte nel 1994 dall'archeologo che ha dato alla caverna il suo nome. A un certo punto la videocamera di Herzog inquadra una parete su cui sono dipinte in cerchio molte teste di cavallo, incredibilmente nitide e espressive. Ma oltre alla straordinaria bellezza del ciclo, a colpire il regista, e noi che lo seguiamo nel suo viaggio dentro i budelli della terra e di un passato lontanissimo, è che questi cavalli furono dipinti in un arco di 5.000 anni. Osserva Herzog: "Oggi noi siamo prigionieri del tempo". Commento laconico, che l'accento tedesco e la voce ruvida del regista rendono più tagliente. Ma come non essere d'accordo? Quel formidabile spartiacque che fu, e continua a essere, l'invenzione della scrittura, se da un lato ha fornito alla specie umana un potente congegno per muoversi attraverso i secoli, dall'altro pone rigidi limiti al nostro orizzonte mentale. 

“Due secoli fa la preistoria non esisteva” scrive l'archeologo britannico Colin Renfrew in apertura del saggio Preistoria. L'alba della mente umana (Einaudi 2011), notando come solo a partire dalla metà del XIX secolo si affermi l'idea di una “antichità dell'uomo” non riconducibile a testimonianze scritte. È paradossalmente una storia breve, quella della preistoria, il che spiega perché anche oggi non sia facile concepire che migliaia di generazioni di esseri umani uguali a noi si siano succedute in un arco temporale ben più lungo di quello illuminato dal cono di luce della parola scritta. 

Eppure nel passato remoto della nostra specie, in quella che ci appare una buia penombra, molto è accaduto. Lo rivelano gli stupendi dipinti della grotta Chauvet e lo confermano le nuove ricerche in base alle quali dobbiamo di continuo rivedere le ipotesi che temerariamente azzardiamo sulle nostre origini. Lo studio più recente, pubblicato ai primi di luglio sulla rivista “Frontiers in Language Sciences” da un gruppo di scienziati dell'Istituto Max Planck per la psicolinguistica, ci porta più indietro rispetto alle pitture dell'Ardèche, al tempo in cui sul territorio europeo si ritrovarono a convivere l'Homo sapiens, di cui noi siamo i pronipoti, e  l'Homo neanderthalensis, destinato a estinguersi – due specie diverse ma “cugine”, discendenti entrambe da un comune antenato, l'Homo heidelbergensis

Fondandosi sulle ultime scoperte paleoantropologiche e soprattutto su una analisi accurata dell'antico Dna, gli studiosi del Max Planck, guidati da Dan Dediu e Stephen C. Levinson, sono arrivati alla conclusione che le origini del linguaggio moderno, solitamente situate circa cinquantamila anni fa, risalgano a un periodo molto precedente, circa mezzo milione di anni indietro, quando appunto apparve l'Homo heidelbergensis. In base a questa teoria, il linguaggio non sarebbe il frutto di una mutazione  improvvisa, ma il risultato lento e graduale di una lunga serie di trasformazioni biologiche e culturali.  Per Dediu e Levinson, quindi, non solo l'Homo sapiens, ma anche i neandertaliani svilupparono forme di linguaggio, e i contatti tra le due specie portarono a incroci genetici e culturali dei quali – e qui sta la vera novità – anche le lingue contemporanee conserverebbero alcune tracce. In altri termini, i due studiosi ritengono che almeno in parte l'attuale diversità linguistica che caratterizza le popolazioni del pianeta sarebbe dovuta a quegli antichissimi incontri, una idea – aggiungono Dediu e Levinson – che “si potrà verificare attraverso un confronto delle proprietà strutturali delle lingue africane e non africane  e una serie di minuziose simulazioni al computer della diffusione linguistica”. 

Per sapere se questa ipotesi è fondata o se invece, come sostengono tra gli altri gli autori di una ricerca recente condotta dall'università di Oxford, Homo sapiens e Homo neanderthalensis non si incrociarono mai, dovremo quindi aspettare nuove verifiche e controlli. Ma di fronte alla constatazione, questa sì condivisa, che nel nostro Dna ci sono tracce di geni neandertaliani (dovute agli incroci diretti tra le due specie per gli uni, all'antenato comune heidelbergensis per gli altri), c'è chi non ha aspettato: aziende come la 23andme propongono per una cifra relativamente abbordabile (un centinaio di dollari) una analisi del Dna, promettendo di rivelare la percentuale di Neanderthal che è in noi. Poco più di un gioco, a dispetto della “scientificità” del test, ma anche un modo per sentire più vicini i nostri antichissimi predecessori, per cercare di rintracciare dentro di noi i loro sogni dimenticati.

Maria Teresa Carbone

 


Altre grotte....




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Coloro che cercano, cerchino finché troveranno.
Quando troveranno, resteranno turbati.
Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto.

 

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