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Solo Risvegliandoci...

"E' in corso uno sforzo concentrato per prevedere e gestire il comportamento umano in modo che gli scienziati sociali e l'elite dittatoriale possano essere in grado di controllare le masse e proteggersi dalle ricadute di un'umanità libera completamente risvegliata. Solo risvegliandoci ai loro tentativi di metterci a dormire noi abbiamo una possibilità di preservare il nostro libero arbitrio."
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dagli esperimenti di geo-ingegneria


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Le razze - Atlantide,Mu,Lemuria,Gondwana,Iperborea

Le razze - Atlantide, Mu, Lemuria, Gondwana, Iperborea
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Continuità della Tradizione Iperborea
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La razza iperborea e le sue ramificazioni

 

tratto da: http://www.centrostudilaruna.it/
Autore: Silvano Lorenzoni

Al lettore non sarà forse sfuggito come nella letteratura fantascientifica e, in generale, fantastica, affiori ripetitivamente il tema del ‘dopo’: del mondo che ci sarà dopo questo, destinato necessariamente al dissolvimento, con obliterazione della presente civiltà e modo di vita. Questo tema non è tanto nuovo: ai tempi della ‘guerra fredda’, il ‘dopo’ era generalmente presentato come il post-olocausto nucleare, a sua volta prospettato come un ‘fenomeno della natura’, per prevenire il quale non c’era niente da fare. Adesso, la tematica del post-catastrofe ecologica si fa avanti sempre più insistentemente – non senza una valida ragione – presentata anche quella come qualcosa di ‘inevitabile’. Il fatto che masse crescenti di genti civili accettino supinamente questo tipo di cose come ‘fenomeni della natura’ è di per sé un indicatore addizionale che effettivamente stiamo andando incontro a un’epoca di stravolgimento esistenziale: a una cesura nel tempo.


 1.1 Note introduttive

Riccardo Orizio, Tribù bianche perdute. Viaggio tra i dimenticati Come schema strutturale – come ‘struttura portante’ o paradigma -, per un esposto generale dell’argomento dei ‘continenti perduti’, si può adottare quello ammesso dalla letteratura teosofica (1). Lì si prospetta una successione di ‘razze radicali’, o ‘razze madri’, a ognuna delle quali si presume sia corrisposto uno specifico habitat - ‘continente’; ‘mondo’ – destinato alla lunga alla distruzione catastrofica, per inabissamento o conflagrazione vulcanica, come conseguenza di sconvolgimenti naturali; facendo così posto alla seguente ‘razza radicale’, abitante di un altro ‘mondo’ non carente però di un qualche nesso di continuità con quello precedente. Ogni ‘razza madre’, dopo la sua caduta, lascia indietro dei residuati umanoidi, dalla psicologia spesso incomprensibile; e i corrispondenti ‘continenti’ dei relitti geologici, sotto forma, generalmente, di isole.

Da notarsi comunque che anche nella letteratura teosofica – peraltro, sia chiaro, pregevole – non sembra esserci il concetto dell’illimitato divenire, senza principio né fine, che è invece proprio di ogni Weltanschauung sanamente tradizionale: anche i teosofi soggiacciono, forse senza avvedersene, alla concezione segmentaria del tempo, secondo la quale ogni cosa deve avere avuto un inizio e deve, alla lunga, finire in gloria dopo un processo di ‘perfezionamento’. Le ‘razze madri’ verrebbero a essere in tutto sette (quattro passate, una presente, due future). L’umanità civile attuale verrebbe a essere la quinta ‘razza madre’, quella atlantidea la quarta e quella lemuriana la terza. E il ciclo dovrebbe finire per chiudersi con degli esseri ‘perfetti’ (qui si mette mano a concetti tipo riincarnazione, karma, ecc., resi fumosi da un’interpretazione moralistica) (2). Viceversa, la teosofia mostra sempre una preoccupazione per coordinare la propria cronologia con quella della scienza geologica ufficiale, quella delle ‘ère geologiche’ (3). Ne risulta che le ‘razze madri’ più antiche convissero con i dinosauri e altri animali preistorici – né la cosa è assurda: l’uomo (‘uomo’ in senso lato) è di immemoriale antichità e l’antropogenesi (ammesso che di antropogenesi si possa parlare) si perde nella notte dei tempi (4). La presunta ‘modernità’ della specie umana, sostenuta maldestramente dalla scienza ufficiale contemporanea, obbedisce al dogma evoluzionistico darwiniano e non ha niente di veramente scientifico.

I testi teosofici (e non solo quelli) molto spesso dicono di fare riferimento a documenti di antichità immemoriale, la cui visione è permessa solo a persone ‘qualificate’ (la Blawacki faceva riferimento a un fantomatico libro tibetano, le cosiddette Stanze di Dzyan [5], mentre il già citato Scott-Elliot parla di antichissime mappe su terracotta o pergamena); nonché a fonti psichiche (6), cioé alle possibilità parapsicologiche di certi ‘veggenti’ particolarmente dotati.

Si tratta, è chiaro, di fonti poco verificabili e anche magari opinabili; il che non togli che, nell’insieme, la visione teosofica sia, a parer nostro, adatta a fare da struttura portante per questo argomento. Essa fu adottata, peraltro, dallo stesso Julius Evola (7).

Né le ‘fonti psichiche’ vanno prese del tutto sottogamba – anche se, ovviamente, ci vuole un certo criterio nel valutarle. In riguardo, è il caso di ricordare che l’Atlantide non fu un’invenzione di Platone, né egli è l’unico autore dell’antichità che ne parla: è invece vero che la ‘nozione’ di una grande civiltà scomparsa posta a ‘occidente’ (‘oltre le Colonne d’Ercole’) era molto diffusa a quei tempi – essa circolava nella ‘psiche collettiva’ dell’Europa antica. Viceversa, nell’Africa nera c’era una diffusissima ‘nozione’ secondo la quale i negri non si consideravano una razza giovane, ma enormemente arcaica e crepuscolare (8) – e i negri sarebbero, secondo la letteratura teosofica, fra i ‘fossili viventi’ che ci ha lasciati indietro la Lemuria.

La geologia ufficiale ci assicura che l’Atlantide platonica (e, a fortiori, il resto dei ‘continenti scomparsi’) non possono essere esistiti (9). Qui è il caso di ricordare che la scienza ufficiale, che spesso e volentieri segue mode culturali, ha un valore del tutto relativo quando si tratta di valutare eventi posti in epoche o luoghi remoti – per esempio, la teoria della deriva dei continenti, lanciata da Alfred Wegener nel 1915, fu inizialmente coperta di ridicolo dai santoni dell’establishment scientifico (allora erano in voga i ‘ponti intercontinentali’), mentre adesso è divenuta una colonna portante della scienza geologica ufficiale (fino a quando, staremo a vedere). Vale comunque l’osservazione che una cosa è prendere alla lettera la svariata letteratura sull’Atlantide ecc. e un’altra ammettere che i ‘continenti perduti’ possano avere avuto un’esistenza obiettiva di qualche genere, in un passato difficilmente precisabile.

Si è già menzionato che sull’Atlantide ci sono migliaia di pubblicazioni e molte meno sugli altri ‘continenti perduti’: si tratta sempre di scritti specifici su di un certo ‘continente’. Che lo scrivente sappia, l’unica opera dove si cerchi di dare una visione d’insieme è quella di Serge Hutin, Hommes et civilisations fantastiques (10).

1.2 Atlantide

1.2.1 L’Atlantide classica

L’Atlantide, come essa è generalmente intesa, viene a essere quella ‘grande isola’ oltre le Colonne d’Ercole descritta da Platone nei suoi dialoghi Critia e Timeo. La letteratura in riguardo è ipertrofica (11), e qui ci si limiterà a qualche pertinente osservazione. – Secondo certe fonti (12), l’Atlantide originalmente sarebbe stata una specie di ponte intercontinentale fra l’America e l’Europa che si sarebbe ‘sgretolato’ a più riprese, l’Atlantide platonica venendo a essere quel che ancora ne rimaneva verso la metà dell’XI millennio a.C., quando essa scomparve per immersione nei flutti del mare.

 

Qui interessa fare notare che è estremamente improbabile che Platone si sia inventato di sana pianta il suo racconto e che invece si può prendere per certa la verità di quanto egli afferma (che glie lo aveva raccontato Critone, che a sua volta lo aveva ascoltato da suo nonno Solone, che lo aveva appreso da sacerdoti egiziani). E comunque, prima, contemporaneamente e dopo Platone, parecchi autori antichi hanno parlato dell’Atlantide, in termini analoghi a quelli platonici anche se in minore dettaglio: Esiodo, Omero (nella sua Odissea), Solone, Euripide, Strabone, Dioniso di Alicarnasso, Diodoro Siculo, Plinio, Teopompo, Marcello (13) – il tema dell’Atlantide faceva parte della ‘memoria ancestrale collettiva’ di tutto il Mediterraneo da lunghissimo tempo. Questo sembrerebbe invalidare quelle teorie secondo le quali l’Atlantide avrebbe potuto essere nei più svariati luoghi, mentre Platone, a conoscenza di un qualche cataclisma geologico o meteorologico di grandi dimensioni, lo avrebbe utilizzato come spunto per imbastire la sua storia. Qualche notizia in riguardo sarà data più avanti, ma va detto subito che tutte queste teorie si rivelano insoddisfacenti: la svariate ‘Atlantidi’ poste nei più disparati luoghi del mondo non sono l’Atlantide.

1.2.2 Le ‘colonie’ atlantidee

1.2.2.1 Generalità

Nella letteratura sull’Atlantide è rappresentata spesso l’idea che prima del suo inabissamento essa avrebbe fondato una serie di colonie sia in Europa che in America, le quali, in qualche modo, ne avrebbero prolungato la civiltà – pur serbando un ricordo impreciso e confuso delle loro origini. La civiltà delle piramidi – presente dall’Egitto attraverso la Sumeria fino all’estremo Oriente e anche in America (14) – è stata indicata come il più probabile ‘prolungamento culturale’ dell’Atlantide. Meno attenzione invece è stata data al fenomeno megalitico, che pure, in questo riguardo, forse presenta un maggiore interesse. Sul megalitismo ci si dilungherà un po’ nella sezione che segue.

1.2.2.2 I megaliti

Il fenomeno megalitico si è dato in Europa, in Nord Africa, nel Medio Oriente, e poi attraverso l’Asia centrale e meridionale si è esteso agli arcipelaghi del Pacifico e all’Australia e ha attraversato il Sahara per raggiungere l’Africa nera; ed è presente anche in America (15) – di notevole importanza il fatto che il megalitismo è legato, in Eurasia e in Africa, al culto del toro. Secondo alcuni autori, fra i quali Alberto Cesare Ambesi e Pierre Carnac (16), nella civiltà megalitica si dovrebbe ravvedere il nocciolo dell’idea dell’Atlantide, tanto più che essa fu, in parte, fisicamente sommersa ai tempi della fine dell’ultima glaciazione (fatto ammesso ufficialmente anche dalle scienze universitarie). Il megalitismo europeo è perfettamente documentato, quelli asiatico e polinesiano molto meno, scarsissimamente quello americano (17), con l’eccezione di certe formazioni subacquee nella zona di Bimini (isole Bahamas) che potrebbero essere resti megalitici e che certuni hanno addirittura voluto identificare con la platonica Atlantide (18). Si tratta comunque di una faccenda ancora pochissimo chiara.

La civiltà megalitica, in tempi preistorici e protostorici, ebbe come origine l’Europa occidentale da dove, per diffusione culturale, si estese enormemente (anche il megalitismo americano ha da essere visto, probabilmente, come di origine europea, anche se in riguardo qualsiasi affermazione non può essere se non arbitraria). La ‘sostanza genetica’ dei suoi artefici ha da ravvedersi in quella sottorazza della razza europide che ebbe come centro di diffusione quella medesima Europa occidentale, a ovest del Reno – la ‘razza’ mediterranea o, più esattamente, occidentale (19). E la civiltà megalitica ebbe delle caratteristiche tutte proprie che la rendono il candidato più idoneo per incarnare l’Atlantide platonica: culto del toro, orientamento ctonio dei suoi culti religiosi e – molto importante – la spiccata lunarità del suo orientamento astrologico (20). Alcuni fra i monumenti megalitici principali (per esempio, Stonehenge [21]), sembrerebbero essere stati osservatori astronomici nei quali appositi sacerdoti elaboravano oroscopi lunari (22). Tutte queste sono caratteristiche crepuscolari e decadenti, da un punto di vista tradizionale superiore, che indicano in quella civiltà qualcosa di residuale, al seguito di una qualche catastrofe. Nè va sottovalutato il fatto che la costruzione dei megaliti propone degli insolubili problemi tecnici (per chi ragioni sulla falsariga del pensiero tecnico contemporaneo), non dissimili da quelli proposti dalle costruzioni incaiche del Perù (23) – su di questo si ritornerà alla fine di questo scritto.

1.2.3 Le ‘Atlantidi-Ersatz’

1.2.3.1 Generalità

Si è già menzionato come certuni, nell’impossibilità di prendere alla lettera il racconto di Platone, ma non riuscendo a vedere le sue eventuali valenze simboliche, abbiano ipotizzato che egli abbia preso come spunto qualche catastrofe fisica o storica meglio conosciuta per imbastire i suoi racconti. Poi, molti hanno usato il concetto di Atlantide per costruire di sana pianta dei mondi inventati o per dare un qualche ‘paludamento di lusso’ a storie più o meno immaginarie poste nel passato di luoghi che a loro stavano a cuore (24). Sotto questa casistica ricadono le ipotesi dell’Atlantide a Thera, di Spiridon Marinatos, quella nella Spagna meridionale, di Adolf Schulten, e tante altre descritte in dettaglio nelle opere atlantologiche da noi già indicate nelle note. È appena il caso di ripetere che queste ‘Atlantidi-Ersatz’ non convincono assolutamente. Ci si soffermerà brevemente su due casi poco conosciuti, sia per ragione di completezza che per il loro valore particolare.

1.2.3.2 L’Atlantide nel Mare del Nord di Jürgen Spanuth

Il pastore luterano Jürgen Spanuth, parroco in un paesino dello Schleswig posto in quell’incantevole Dithmarsch alla quale il pittore Hans-Heinz Domke dedicò un’eccellente collezione di paesaggi (25), sostenne in un suo poderoso e documentatissimo libro (26) che l’Atlantide era stata nel Mare del Nord, fra la Dithmarsch e l’isola di Helgoland; e che il suo inabissamento non sarebbe stato se non verso la metà del II millennio a.C. Queste sue affermazioni egli basa, essenzialmente, su due presupposti: (a) quando Platone parlava di 10.000 anni prima della sua epoca, si trattava invece di 10.000 mesi, in quanto gli egiziani parlavano, sembra, in termini di mesi e non di anni e che quindi a Solone avrebbero raccontato che l’Atlantide si era inabissata 10.000 mesi, e non anni, addietro (e lui capì male); (b) la validità del cosiddetto eschatologische Schema [schema escatologico] secondo il quale ci sarebbe stata una tendenza in tutte le opere letterarie dell’antichità di proiettare nel futuro disastri realmente accaduti nel passato: per cui, i racconti apocalittici dell’Edda (Ragnarök), nonché di fonti classiche ed egiziane, si riferirebbero a cose realmente accadute nel passato. Basandosi su di queste due assunzioni, egli approda all’idea che i platonici atlanti furono in realtà i filistei e i hiksos che verso la metà del II millennio conquistarono l’Egitto (‘germani’ provenienti dallo Schleswig, secondo lo Spanuth, illiri invece in base ai moderni dati dell’indoeuropeistica). Lo Spanuth conclude dicendo che la platonica Poseidonia, capitale dell’Atlantide, doveva essere nel Mare del Nord, non lontano da dove adesso c’è l’isola di Helgoland, e che nel fondo marino (‘Steingrund‘) della zona ne dovrebbero rimanere le tracce.

1.2.3.3 Le ‘Atlantidi’ sotterranee

Esiste una persistente leggenda a proposito di un ‘Re del Mondo’ e di una civiltà sotterranea fondata – o nella quale avrebbero trovato rifugio – dei non meglio identificabili ‘saggi’ provenienti da qualche luogo imprecisato travolto da una qualche catastrofe (27). – Qui vale la pena di ricordare come, indipendentemente da qualsiasi riferimento mitico, Ivan Sanderson (28) aveva convincentemente ipotizzato l’esistenza di una civiltà sottomarina indipendente e parallela a quella sulla superficie della terra (se c’era, adesso sarà certamente stata affogata dalla montante contaminazione degli oceani). Il Sanderson non faceva ipotesi su quali potessero essere gli esseri portanti di quella ipotetica civiltà; ma il suo libro vale a dimostrare come esista la possibilità obiettiva dell’esistenza di civiltà del tutto dislocate, poste in ‘nicchie ecologiche’ diverse, che menino ognuna una sua esistenza autonoma senza neanche rendersi conto l’una dell’altra.

Comunque, forse abusivamente, anche la casistica delle ‘città sotterranee’ è stata abbinata al fatto ‘Atlantide’ – e così, soprattutto in Sud America, ‘città atlantidee’ poste sotto i massicci montagnosi o nel sottosuolo amazzonico sono state indicate da diversi esploratori, come Percy Fawcett e Paul Gregor (29). Allo scivente toccò, durante il suo soggiorno in Sud America, di fare la conoscenza di un esploratore italiano, Roberto Lovato, che lo assicurò di avere trovato una città ‘atlantidea’ sotterranea vicino alle sorgenti dell’Uraricuari (30).

 

1.3 Mu

Stando alla documentazione esistente, tutto ciò che si riferisce a Mu, continente ‘inabissatosi’ nel Pacifico centrale grosso modo allo stesso tempo dell’Atlantide (circa XI millennio a.C.), ha la sua origine nelle pubblicazioni di James Churchward, ufficiale coloniale inglese in India nella seconda metà del secolo XIX (31). Egli ne avrebbe appreso l’esistenza attraverso certe tavolette di terracotta – le ‘tavolette dei naacal’ -custodite in un tempio indiano del cui riši egli era divenuto amico. I naacal sarebbero stati una confraternita di ‘saggi’, provenienti da Mu, i quali le avrebbero scritte o a Mu stesso, prima del suo inabissamento, oppure in Birmania dopo il medesimo, da dove poi esse furono esportate in India. Churchward dà una trascrizione dell’alfabeto di Mu nei suoi scritti, ma gli originali delle tavolette non sembra siano stati mai più visti da alcuno dopo di lui. In quelle tavolette sarebbe stata descritta la storia di Mu (vecchia di oltre 50.000 anni) nonché una dettagliata descrizione del medesimo, presentato come una specie di ‘paradiso tropicale’ altamente civile, nel quale convivevano pacificamente tutte le razze umane ma dove la razza bianca aveva in mano il potere. L’inabissamento di Mu viene attribuito a un improbabile processo geologico (collasso di sacche di gas poste sotto la sua superficie), che avrebbe lasciato indietro come relitti gli arcipelaghi del Pacifico (un po’ come, secondo certuni, le isole dell’Atlantico orientale sarebbero relitti dell’Atlantide).

In modo non dissimile a quanto è stato affermato sull’Atlantide, Mu avrebbe, prima del suo inabissamento, ‘colonizzato’ e incivilito altre terre, incominciano dalla costa americana del Pacifico e dall’Asia orientale e centrale, da dove i suoi tentacoli sarebbero arrivati un po’ dappertutto (la stessa Atlantide viene indicata come una colonia di Mu). La civiltà delle piramidi viene indicata come di origine muana, e sarebbe giunta in Egitto dal Medio Oriente e lì dall’Asia centrale. – Il Churchward, dopo avere visionato le tavolette dei naacal, dedicò il resto della sua vita a cercare evidenza per puntellare la sua teoria dell’origine muana di tutta la civiltà. Questo suo lavoro egli descrive nelle sue opere e fu proseguito da un suo discepolo francese, Jean-Claude Vincent (32). Sia il Churchward che il Vincent danno un’importanza determinante a certe pietre incise (del II millennio a.C., secondo si afferma), trovate nel Messico occidentale da un certo William Niven.

Un’analisi comparata di quanto ha da dire Churchward sul conto di Mu e della classica teoria platonica dell’Atlantide – poi sviluppata dagli atlantologi, teosofi o meno – rende l’idea che Mu venga a essere una specie di immagine speculare dell’Atlantide, posta ai suoi antipodi ma conservante tutte le sue caratteristiche principali, reali o presunte.

Sappiamo che il Churchward era un ‘patito’ dell’India e dell’Asia sud-orientale – e si è evidenziato che l’idea del continente di Mu è esclusivamente sua, nel senso che (a differenza del caso dell’Atlantide di Platone) non è sostenuta da alcuna documentazione indipendente. Insorge quindi il sospetto che anche Mu possa essere un’altra ‘Atlantide-Ersatz‘.

 

1.4 Lemuria

Il continente della Lemuria, sito nell’Oceano Indiano, fu proposto dalla Blawacki come ‘supporto’ per la sua quarta ‘razza radicale’, e lo chiamò Lemuria ricalcando il nome che lo zoologo Philip Sclater aveva dato a un ipotetico continente che un tempo, secondo lui, era esistito nell’Oceano Indiano. Esso sarebbe stato distrutto, eoni addietro, da attività vulcanica (non per inabissamento). Il già citato Scott-Elliot è l’unico che si riferisca in dettaglio a questo continente; e per quanto egli asserisca di basarsi su fonti soprattutto ‘psichiche’, quanto ha da dire non manca di spunti notevolmente interessanti.

Vestigia della Lemuria sarebbero l’Australia e la Nuova Zelanda, il Madagascar, l’Africa meridionale e la Terra del Fuoco. Queste sono proprio le terre dove fino a recentissimamente allignavano (e in parte, ancora allignano) quei tipi umani descritti dagli etnologi come posti all’ultimo gradino della specie: negri, boscimani, australoidi d’Australia e Indostan, pigmei di vario tipo, fueghini (tutti esplicitamenti menzionati dallo Scott-Elliot come ‘fossili viventi’ lemuriani). Particolarmente interessante è il Madagascar, isola che per quel che riguarda la sua flora e la sua fauna viene a essere un microcontinente a sé stante, né africana né asiatica (33). Anche se, storicamente, il Madagascar fu popolato per la prima volta da genti indonesiane solo un migliaio di anni fa (e adesso, attraverso l’importazione di schiavi, la sua popolazione si è quasi interamente africanizzata), la sua atmosfera ‘psichica’ e religiosa non manca di tratti particolari che non sono né indonesiani né bantù (34) – residuo psichico, forse, di un’umanità arcaica ormai fisicamente estinta.

Alla Lemuria è stata anche attribuita una ‘civiltà’, nei suoi tempi di pieno rigoglio – che però non è immaginabile se non come qualcosa di ctonio e sinistro, sul tipo di quella meroitica o zimbabweana. L’uomo lemuriano, supporto di questa civiltà, è descritto come uno strano essere semi-rettiliano, dall’intelligenza larvale, dotato di un ‘terzo occhio’ e coevo dei dinosauri, che egli anche addomesticava (35); mentre le sue comunicazioni avvenivano per via telepatica – col tempo, gli uomini avrebbero perso le facoltà telepatiche generalizzate e la lingua ebbe origine. Ma anche questo non sarebbe stato il primo ‘uomo’ ad abitare la Lemuria: prima di lui vi sarebbero state ‘razze dalle ossa molli’ (36): “il gigantesco corpo gelatinoso di questi esseri mostruosi cominciò lentamente a modificarsi e le sue membra e ossa molli si trasformarono in una più solida struttura” – qui c’è un conturbante parallelismo con certe antropogenesi mitiche australiane (37).

Come nel caso dell’Atlantide, il fatto ‘Lemuria’ non deve essere necessariamente essere preso alla lettera, ma potrebbe stare a indicare una ‘civiltà’ – e una sua ‘umanità’-supporto – fiorita nella notte degli eoni; i cui residui hanno da essere visti in certe etnie animalesche della parte Sud del mondo (38) e il cui ricordo permane nell”immaginario collettivo’ di certe popolazioni.

 

 

1.5 Gondwana

‘Continente’ ipotizzato dall’Hutin (39) per rendere anche l’Antartide il relitto di una terra che negli eoni del passato avrebbe potuto essere sede di una difficilmente definibile civiltà. (L’Hutin afferma, senza dare riferimenti bibliografici, che sotto i ghiacci antartici, nel 1961, sarebbero stati identificati resti di pavimentazioni o scalinate.) Il nome ‘Gondwana’ (i gond furono una popolazione australoide di infimo livello dell’Indostan centrale) è stato scelto con riferimento alla teoria wegeneriana della deriva dei continenti: la primeva Pangea si sarebbe spezzata in due monconi, la Gondwana a Sud e la ‘Laurasia’ a Nord.

1.6 Iperborea

Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno Il caso dell’Iperborea è atipico rispetto rispetto agli altri, quando ci si immaginava una catastrofe naturale distruttiva posta alla fine di un periodo di decadenza culturale e spirituale. Qui invece, con riferimento alle mitologie indoeuropee, si vede il Nord come scaturigine di civiltà e di rinascita spirituale, dal quale i nostri antenati ariani sarebbero emigrati come conseguenza di peggioramenti climatici quando essi erano all’apogeo della loro capacità e della loro cultura: quindi non relitti di una qualche razza già involuta, catastroficamente travolta da un improvviso e spaventoso cataclisma naturale. In riguardo, di ottimo riferimento è la spesso citata Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola; mentre l’origine artica degli indoeuropei è proposta quale dato scientifico ‘positivo’ in un prezioso libretto di Jean Haudry (40). La tesi – dovuta a Serge Hutin – di un continente iperboreo ‘sommerso’ (alla stregua dell’Atlantide; e i cui residui sarebbero certe isole periartiche come le Spitzberg, le Jan Mayen. ecc.) obbedisce probabilmente alla volontà di incastrare anche il fatto delle origini indoeuropee nel paradigma dei ‘continenti perduti’.

1.7 Qualche conclusione

Da notarsi innanzi tutto come la successione cronologica dei ‘continenti scomparsi’ – per via catastrofica: Atlantide-Mu, Lemuria, Gondwana – ci porta da Nord a Sud, quasi a significare un ‘movimento’ di civiltà scaturenti dal Nord (‘Iperborea’) e obliterate a Sud. Qui ci troviamo di nuovo davanti a un’enigmatica metafisica della storia dell’involuzione umana, legata all’equilibrio antropocosmico, argomento sul quale, in questa sede, non ci possiamo dilungare.

Si è poi menzionato che le fini catastrofiche incontrate dai ‘continenti perduti’ non hanno necessariamente da essere prese alla lettera. Si tratta piuttosto del fatto che la dissoluzione di quella che poté essere stata una grande e fiorente civiltà, al punto di perdersene addirittura il ricordo storico – la sua trasformazione in un ‘fantasma psichico’ – può passare all’inconscio collettivo di certi gruppi di popolazioni cammuffato da ‘inabissamento’, ‘terremoto’, ‘eruzione vulcanica’, ecc. Sia però chiaro che questo non esclude la concomitanza di una qualche apocalisse anche fisica – per esempio, l’inabissamento dell’Atlantide va appaiato alla fine dell’ultima èra glaciale, quando ci furono vaste inondazioni.

Qui si entra nella casistica della concomitanza fra fatti fisici e fatti metafisici – il già menzionato equilibrio antropocosmico. In riguardo, cè una persistente ‘nozione’ secondo la quale le catastrofi che portarono all’estinzione dei continenti perduti potrebbero essere state conseguenza dell’abuso di certi ‘poteri’ – che Julius Evola chiamò ‘magia nera titanica’ – scappati di mano ai loro originatori e resisi autonomi, con spaventosi séguiti. Qui siamo abbastanza palesemente davanti ai possibili sviluppi di una ‘scienza’ di tipo moderno, la quale, vista come metodologia per l’attuazione di un dominio distruttivo sulla natura, viene a essere né più né meno che una forma particolarmente sinistra di magia nera (41). Non è necessario immaginarsi la catastrofe finale come uno scenario apocalittico illuminato da un’infinità di funghi termonucleari, come fa, per esempio, Charles Berlitz. Le cose potrebbero essere andate in modo molto più ‘indolore’, come sta succedendo adesso con lo snaturamento di tutta la natura come conseguenza di attività finanziarie, commerciali, industriali selvagge – la cosiddetta catastrofe ecologica (42). – Un’altra conturbante analogia fra l’Europa ‘post-atlantidea’ e quella contemporanea è la presenza di grandi masse di non-europidi nel suo territorio. La presenza di non-europidi nell’Europa preistorica fu riconosciuta dai paleontologi ancora alla fine del XIX secolo (43): si trattava di neandertaliani (44) nonché di elementi negroidi e boscimaneschi, dei quali non è rimasta traccia se non come reperti fossili. Adesso, invece, c’è una straordinaria presenza extracomunitaria.

Nè gli apocalittici collassi di civiltà hanno da essere visti necessariamente come fatti di portata globale. C’è da credere che la civiltà possa essere stata qualcosa di permanente al mondo, con alti e bassi localizzati (sia pure su aree anche estremamente grandi). Per quel che riguarda i nostri tempi – quelli post-glaciali – di particolare significanza è il ritrovamento di quella brillante civiltà dei Balcani che, fino a dove se ne sa, è la civiltà più antica del mondo. I reperti archeologici ci permettono di arrivare fino all’VIII millennio a.C., avvicinandoci alla data della sommersione dell’Atlantide, ma le radici di questa civiltà si perdono nella notte dei tempi (45).

Questa civiltà aveva sviluppato, fra l’altro, una scrittura che dovette esistere almeno due millenni prima di quella sumera e che si diramò verso Ovest e verso Est. Nell’Europa occidentale megalitica (‘post-atlantidea’) si svilupparono forme di scrittura direttamente ricollegabili a quella della civiltà dei Balcani (in modo particolare quella di Glozel, nella Francia centrale, ma anche nella Penisola Iberica). Viceversa, siccome la civiltà dei Balcani aveva degli avamposti in Asia Minore, esiste la possibilità che anche la scrittura fenicia sia una variante di quella balcanica (46).

Concludiamo questo capitolo indicando l’assoluta non-essenzialità di un ‘alto livello tecnologico’ (‘magia nera titanica’) per potere sviluppare delle squisite civiltà, sia sul piano materiale che su quello intellettuale e artistico, capaci di perdurare per tempo indefinito in una condizione di perfetto equilibrio con l’ambiente (47). Qui, quel che valeva, era la qualità spirituale delle popolazioni. In riguardo, un’osservazione sull’ascesa e il trionfo di Roma non è fuori contesto. Non sono mancati tanti ottusi, soprattutto di area anglosassone, che hanno preteso di attribuire la formazione dell’Impero di Roma a una conquista non dissimile a quelle che portarono alla formazione degli imperi coloniali europei degli ultimi cinque secoli: delle nazioni ‘progredite’, usando armi ‘moderne’, hanno sottoposto dei selvaggi. Invece è vero che, dal punto di vista tecnico, Roma non era superiore alla maggioranza delle popolazioni europee contro le quali si trovò a combattere. Il successo di Roma si dovette a una superiore qualificazione metafisica, ‘a essere stata segnata dagli dèi’. Se c’è stato un impero che può reggere il confronto con Roma, almeno entro certi limiti, fu quello dei tartari, fondato da Cinghis-Khan. I metodi usati dai tartari e dai romani per affermare il loro dominio non furono particolarmente dissimili, e ambedue furono estremamente duri. Eppure, quando si disintegrarono, ambedue questi imperi furono rimpianti dai discendenti di coloro che erano stati sottomessi nel più violento dei modi: perché, passata la conquista, ambedue avevano portato un sistema sociale molto preferibile a quanto c’era stato prima e incomparabilmente migliore di ciò che venne dopo.

* * *

NOTE

(1) La dottrina teosofica fu codificata dalla fondatrice della Società Teosofica, Jelena Petrowna Blawacki, nella sua opera principale, La dottrina segreta (edizione italiana Napoleone, Roma, 1971; originale Adyar, Madras [India], 1888), della quale un buon riassunto è stato fatto da Arthur E. Powell, Il sistema solare, Bocca, Milano, 1947. Per quel che riguarda specificamente l’argomento dei continenti perduti, di ottimo riferimento è il libro di W. Scott-Elliot (pseudonimo di W. Williamson), Storia di Atlantide e della Lemuria sommersa, Adyar, Torino, 1997 (originale 1896 per l’Atlantide e 1904 per la Lemuria, prima edizione combinata 1925).
(2) Sull’influenza sotterranea monoteista sul modo di ragionare di tanti che pure si credono dei ‘liberi pensatori’, cfr. Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo e sua diffusione e conseguenze in Europa, Istituto Mediterraneo di Studi Politeisti, Marostica (Vicenza), 2000.
(3) Su quale valore possano avere queste estrapolazioni cronologiche, cfr. Silvano Lorenzoni, Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo, di prossima pubblicazione.
(4) In riguardo, indispensabili sono le opere di Edgar Dacqué, un autore che esercitò un’influenza importante anche su Julius Evola, e in particolare Urwelt, Sage und Menschheit, Oldenbourg, München, 1928 e Leben als Symbol, Oldenbourg, München, 1928. Ottimo anche Giuseppe Sermonti, La Luna nel bosco, Rusconi, Milano, 1985.
(5) Delle quali essa ne pubblicò una ‘traduzione’ in inglese presso la Hermetic Publishing Co., San Diego (California, Stati Uniti), 1915; comunque sono riportate anche nella Dottrina segreta, cit.
(6) La Blawacki era essa stessa psichicamente dotata, mentre lo Scott-Elliot, cit., usava le capacità parapsicologiche del teosofo inglese Charles Webster Leadbeater.
(7) Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma, 1969.
(8) Questo è menzionato da Serge Hutin nel suo Hommes et civilisations fantastiques, J’ai lu, Paris, 1970; e lo scrivente ha potuto apprenderlo in prima persona durante la sua decennale permanenza in Africa. L’autore di fantascienza Emilio Tumminelli ha imbastito attorno a questa nozione un divertente romanzo di lettura leggera, La pietra misteriosa, Campironi, Milano, 1975. – Adesso, con la pandemia di AIDS, c’è da credere che quella ‘crepuscolarità’ possa divenire estinzione. Cfr. Silvio Waldner, La deformazione della natura, Ar, Padova, 1997.
(9) Cfr., per esempio, Alberto Cesare Ambesi, Atlantide il continente perduto, Xenia, Milano, 1994.
(10) Serge Hutin, Hommes, cit. È un libro ben fatto al quale si farà frequente riferimento, che però, come spesso capita nelle opere dell’Hutin, lascia alquanto a desiderare per quel che riguarda i riferimenti bibliografici.
(11) Sia pure a livello divulgativo, due libri di Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, Zsolnay, Wien, 1976 e Mysteries from forgotten worlds, Corgi, New York, 1972, sono parecchio ben fatti (anche il Berlitz faceva affidamento su di un veggente americano della prima metà del XX secolo, Edgar Cayce). Di utile riferimento anche Alberto Cesare Ambesi, op. cit. e, soprattutto, Marius Lleget, La Atlàntida, A.T.E., Barcelona, 1977. Quest’ultima opera, forse una delle migliori in argomento, è però estremamente frammentaria e incompleta nella sua bibliografia.
(12) Cfr. W. Scott-Elliot, op. cit.; Marius Lleget, op. cit.
(13) Cfr. Alberto Cesare Ambesi, op. cit., Marius Lleget, op. cit., Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, cit., ecc.
(14) Andrew Tomas (Los secretos de la Atlàntida, Plaza y Janés, Barcelona, 1969) afferma che l’azteca Tenochtitlàn verrebbe a essere una replica quasi perfetta della platonica Poseidonia, capitale dell’Atlantide.
(15) Uno studio dettagliato in riguardo, che include una buona bibliografia, fu pubblicato dallo scrivente sulla rivista “Primordia” (Milano), nn. XV (ottobre 1999) e XVI (marzo 2000) (Ricordiamo i nostri antichi padri pagani). In quello studio si mette in risalto la concomitanza del megalitismo con il culto del toro. Per quel che riguarda il megalitismo negli arcipelaghi del Pacifico esiste un interessante libro (A. Riesenfeld, The megalythic culture of Melanesia, Leiden, 1950) dove l’autore indica come là la civiltà megalitica sarebbe stata portata da invasori dal colorito chiaro dediti a riti religiosi di tipo lunare provenienti da Ovest.
(16) Pierre Carnac, La historia empieza en Bimini, Plaza y Janés, Barcelona, 1976.
(17) Lo scrivente, durante la sua ventennale permanenza in Sud America, ebbe occasione di visitare e fotografare un campo di megaliti nella zona dei Caraibi del quale non ha trovato menzione nella letteratura rintracciabile in Europa.
(18) Cfr. Pierre Carnac, op. cit.; Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, cit. Gli ultimissimi sviluppi dell’archeologia subacquea delle Bahamas sono dati da Andrew Collins, Gateway to Atlantis, Headline, London, 2000.
(19) In riguardo, fondamentali sono le opere di Hans. F. K. Günther, in particolare la sua Rassenkunde des deutschen Volkes, Lehmann, München, 1939.
(20) Julius Evola, op. cit., identificava la civiltà atlantidea con quell’età dell’argento dominata dall’astro notturno.
(21) Ma anche altri, ancora più antichi e più grandi di Stonehenge, fatti però di legno (e dei quali non rimangono se non le fondamenta), nell’Europa settentrionale e centrale (i ‘megaliti di legno’, di cui parla Robert Heine-Geldern, cfr. Silvano Lorenzoni, Ricordiamo i nostri antichi padri pagani, cit.). Una scoperta in riguardo è stata fatta recentemente in Germania (cfr. il quotidiano “La Padania” del 24.09.00).
(22) Cfr., per esempio, Serge Hutin, Hommes, cit.
(23) Cfr. Mario Polia, Gli Incas, Xenia, Milano, 1999.
(24) Lo scrivente, quando era in Sud America, ebbe occasione di conoscere una signora Maria Verschuren che lo assicurò che l’Atlantide era stata la penisola di Paraguanà, nel Mar dei Caraibi.
(25) Hans-Heinz Domke, Dithmarscher Skizzenbuch, Westholsteinische Verlagsanstalt Boyens, Heide, 1976.
(26) Jürgen Spanuth, Atlantis, Grabert, Tübingen, 1965. Cfr. anche Gerhard Gadow, Der Atlantis-Streit, Fischer, Frankfurt, 1977.
(27) Cfr., per esempio, Ferdinand Ossendowski, Hommes, betes et dieux, J’ai lu, Paris, 1973; Gastone Ventura, Agartha e Schamballah, Centro internazionale di studi tradizionali, senza indicazione di luogo o data di pubblicazione (anni Novanta) (ma comunque reperibile presso la libreria per corrispondenza Carpe Librum di Nove [Vicenza]); Serge Hutin, Des mondes souterrains au Roi du Monde, Albin Michel, Paris, 1976.
(28) Ivan Sanderson, Invisible residents, Avon, New York, 1973.
(29) Citati da Serge Hutin, Hommes, cit.
(30) Un dettagliato resoconto dell”Atlantide’ di Roberto Lovato è stato pubblicato dallo scrivente sul foglio di diffusione libraria “Cronache dal Sottomondo” (Treviso), marzo 2001.
(31) James Churchward, Mu, le continent perdu, J’ai lu, Paris, 1969. Un riassunto ben fatto delle opere del Churchward è stato fatto da Stephan Santesson, Le dossier Mu, J’ai lu, Paris, 1976.
(32) Louis-Claude Vincent, Le paradis perdu de Mu, La source d’or, Marsat, 1975 (2 voll.).
(33) Cfr., per esempio, Willy Ley, Exotic zoology, Viking, New York, 1959.
(34) Cfr. Serge Hutin, Hommes, cit.; Mircea Eliade, Trattato di storia comparata delle religioni, Boringhieri, Torino, 1976 (originale 1948).
(35) Qui c’è un interessante parallelo con le idee di Edgar Dacqué, cit. – È anche probabile che Edgar Rice Burroughs, inventore di Tarzan, si sia ispirato allo Scott-Elliot nell’imbastire i suoi romanzi di fantascienza marziana e veneriana.
(36) Cfr. anche Julius Evola, op. cit.
(37) Cfr. Mircea Eliade, Réligions australiennes, Payot, Paris, 1972.
(38) Questo si ricollega alla dotrina involutiva dell’origine dei selvaggi, visti non come razze ‘giovani’, ma come residui degenerati o degenerescenti di genti che ebbero un livello molto superiore. Su di questo argomento lo scrivente ha in progetto un’opera specifica.
(39) Serge Hutin, Hommes, cit.
(40) Jean Haudry, Les indoeuropéens, Presses Universitaires de France, Paris, 1981 (una traduzione italiana vedrà presto la luce per i tipi di Ar, Padova). Questo testo dà anche un’esauriente bibliografia.
(41) Cfr. Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo, cit.
(42) In riguardo, si consulti per esempio Silvio Waldner, Deformazione, cit. Un parallelo, su scala sociale, può essere fatto fra la rivoluzione francese o russa, violentissime, e la rivoluzione industriale, ‘indolore’, la quale, a lunga scadenza, ebbe risultati ancora più distruttivi, in quanto fattore denaturante della compagine sociale europea, e che anzi fu determinante perché anche tanti fatti sanguinari e violenti potessero avere luogo. Cfr. Massimo Fini, La ragione aveva torto?, Camunia, Belluno, 1985.
(43) Cfr., per esempio, Heinrich Driesmans, Der Mensch der Urzeit, Strecker und Schröder, Stuttgart, 1923; Piero Leonardi, L’evoluzione dei viventi, Morcelliana, Brescia, 1950.
(44) Nel neandertaliano si ha da ravvisare un elemento di tipo australoide, simile, se non identico, all’australiano. Cfr. John R. Baker, Race, Oxford University Press, Oxford (Inghilterra), 1974; Vittorio Di Cesare, Gli aborigeni australiani, Xenia, Milano, 1996 (dove è dato anche un discreto resoconto del megalitismo australiano).
(45) Cfr. Marija Gimbutas, Old Europe, c. 7000-3500 b.C., in “Journal of indo-european studies” I, 1973 e Il linguaggio della dea, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989); Mircea Eliade, Histoire des croyances et des idées réligieuses, Payot, Paris, 1976 (3 voll.) dove è menzionata anche una civiltà pre-sumera in Mesopotamia (civiltà di El-Obeid).
(46) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, Chroniques des civilisations disparues, Laffont, Paris, 1976.
(47) E comunque (cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, op. cit.), anche presso le società preistoriche e protostoriche si riscontravano dei ritrovati tecnici a dir poco sorprendenti.


 



Continuità della Tradizione Iperborea

tratto da: http://www.simmetria.org/
di S.Panunzio

Un asse spirituale nel Continente Antico

(estratto dal libro: Metafisica del Vangelo Eterno ) ed. Metapolitica di Silvano Panunzio

Simmetria è lieta di ospitare (su gentile concessione dell'Autore) questo breve estratto del libro di Silvano Panunzio: Metafisica del Vangelo Eterno. E' un libro particolare, di un autore cristiano che va ben oltre il limite del pensiero teologico. Un testo che abbraccia l'idea della "Rivelazione infinita" e di un Verbo Cosmico che sovrasta ogni disputa e sterile dialettica.

“tutte le bussole segnano il Nord”

Plinio, unificando al continente la Sardegna e le Isole Partenopee, disegnò una foglia di Quercia simbolo dell’Atlantide, e sostenne esser questa l’origine dell’Italia.
Romagnosi trovò che il nome della nostra Peni­sola proveniva da una speciale contrazione: Atlas-Itlas.
Con ciò si dava qualche ragione alla tesi di Giambattista Vico esposta nel De antiquissima ita­lorum sapientia.
L’assunto vichiano era di identifi­care gli Etruschi con gli Egizi, donde gli Italici. Ma Pindaro era andato oltre. Fece capire che gli abitanti dell’Etruria erano “Tirrenii”: ossia discen­denti dall’antica Tirrenide o Atlantide libica, che, secondo Platone, era sprofondata oltre 9.000 anni dal suo tempo. A lui faceva eco l’egizio Sacerdote di Sais che aveva apostrofato uno dei sette Sa­pienti dell’Ellade, il parente platonico Solone:
“voi Greci siete come fanciulli, non avete idea dell’enor­me passato umano”.

Dunque le origini dell’Italia e quelle dell’Europa sarebbero rappresentate dall’Atlantide, dal Continente abitato dalla più vicina a noi tra le quattro grandi Razze madri, dalla Razza Rossa che dall’America si spinse fino all’Egitto e al Tibet?

Sia lecita una parentesi di attualità. Osserviamo che un ex Presidente dell’odierna Francia, quasi Celta redivivo, con un occulto istinto metafisico ha contestato il limite storico-etnico delle radici “giu­deo-cristiane” del nostro antico Continente. Forse nel suo subconscio ha operato anche il retaggio della grande storia e cultura della sua gente, l’eco dell’impareggiabile Settecento francese che, oltre il suo stile in letteratura e pensiero, ci ha offerto, con l’erudito Anquetil Duperron, capostipite di tut­ti gli Orientalisti, colui che ci ha riaperto le im­mense vie dell’Asia, quasi sepolta nel suo sonno millenario.

Ma ritorniamo alla Protostoria e all’Atlantide. Questa è stata preceduta, all’incirca 65 millenni or sono (oltre due rotazioni dei Cieli, due cicli pre­cessionali e una metà) dal sommerso Continente polare che è alla vera origine della Razza Bianca, delle terre europee e della Civiltà dello Spirito. Si ricordi che un vero Sapiente dell’Ellade, Pitagora, fu anche chiamato Apollo-Pitagora in osse­quio alla grande Civiltà argentea e apollinea delle pure origini. Si tramanda come prima della Caduta nella successiva Lemuride, avvenuta con la Razza Nera, l’Umanità disponeva al suo inizio di un Cor­po di Luce.

Il che non è escluso, ipoteticamente, anche da S. Agostino. Ma Origène spiega con au­torità il biblico mistero del Genesi mosaico, quan­do ci avverte che il Creatore “ricoprì di pelli” i nostri progenitori. Invero, l’effetto della caduta co­smica lemuride fu la perdita della Luce e l’ingresso umano in corpi animali.
Una ripresa spirituale relativa, pur nei duri limi­ti del nuovo involucro terrestre, non dissimile da quello odierno, avvenne con l’opera della prima Atlantide antidiluviana: la quale sparse la fiaccola viva in tutte le terre, espandendosi dall’Ovest al­l’Est. 

Il pitagorico Dante ci rivela, in un suo verso, che anticamente il Sommo Bene non veniva detto Elma I.
È un ritorno dell’ispirazione iperborea, pur nelle fasi atlantidee e postatlantidee. Infatti il linguaggio paleo semitico “accadiano” (donde l’ebraico) discende notoriamente dall’antico Egizio che si esprime in Geroglifici. Questi si avvalorano, come lo Zodiaco, di figure animali. Ora tutto ciò è di lontana matrice atlantidea. Invece il linguag­gio iperboreo, il quale ha tracce nel prisco Latino, è di composizione geometrica e  quindi di forma e sostanza più ideale. La tipica Y pitagorica, forse una delle probabili rappresentazioni della Santa Croce, ma, con evidenza, contrassegnante il Croci­fisso con le braccia alzate, per canali sempre indi­retti la ritroviamo persino oggi, in casi  insospettati. Tale è appunto “1’Uomo in piedi” disegnato dal pitagorico ed ermetico Leonardo. Ed è sorpren­dente che tale figura ricompaia nella foggia di una moneta tipica: l’Euro!

altLa grande Civiltà Iperborea si svolge lungo l’Asse dei Meridiani. Lo stesso avvenne, moltissimi millenni dopo, nella Civiltà medievale della Cristia­nità-Europea che fu cara a Novalis come a tutti noi.
Con la riscoperta dell’America l’asse si sposta secondo i Paralleli e, alla dimensione Nord-Sud, succede quella Oriente-Occidente. Si guadagna in estensione ma si perde in profondità interiore.

 Uno specchio iperboreo lo si ha nella celebrazione della nascita del Signore Gesú, in cui i Grandi Misteri d’inverno inverano  l’abbraccio cosmico Cie­lo-Terra, appunto sulla linea Nord-Sud.
Il giorno 25 Dicembre coincide, in modo emblematico, con la festa solstiziale del Sole Invitto.  Il Benedettino bianco S. Bernardo ebbe l’intui­zione della superiorità del ciclo natalizio su quello pasquale. E con ciò Bernardo ed Eckhart, formula­tore della “nascita eterna”, si danno la mano.
I Cistercensi fanno in qualche modo rivivere gli antichi Druidi, espressione simbolica di un Centro spirituale lontano. I Druidi, infatti, rievocano la profondità dell’Anima Celta, ben consapevole dell’esistenza di mondi superiori e della immortalità umana. Tra i suoi riti vi è quello, divenuto univer­sale, dell’Albero Natalizio; nonché la celebrazione, divenuta liturgica, del giorno di Ognissanti.

Ciò fa tutt’uno con la valutazione bernardiana del Mistero iperboreo del San Graal (Sang Real) che desta il più vivo interesse, anche oggi, persi­no nei grandi Lama del Tibet. E l’Arcivescovo di Westminster, Primate d’Inghilterra, ha preso contat­to, con sommo interesse e rispetto, con i Centri druidici tornati in pieno fiore. È importante consi­derare che anche S. Francesco, come S. Bernardo, fu affascinato dal Nord: tanto da chiamare i suoi 12 compagni “i miei cavalieri della Tavola Rotonda”. E, chiediamoci, chi era la Regina di questa Tavola Rotonda e dei suoi Cavalieri? Era Ginevra: la quale s’interpreta “Spirito bianco”.
Gerusalemme, come le due altre Città Sacre edificate in terra per un piano trascendente, Lassa e La Mecca, è eccentrica nella Geografia spirituale del Mondo. Non così Roma, la fatidica Città Eter­na che ricapitola perfettamente, con la sua centra­lità sull’asse Nord-Sud, il mistero primordiale. Vice­versa la Pasqua Ebraica, donde quella Cristiana, si verifica secondo la dimensione dei Paralleli e degli Equinozi, celebrando i Piccoli Misteri primaverili della rinascita personale.
Se si vuole avere una prova dell’importanza primordiale della linea dei Meridiani, si consideri­no le tradizioni Copte: secondo queste Axum si trova sullo stesso asse geografico di Mosca, città sacra complementare che è la capitale dell’Orto­dossia.
Non a caso Axom, letto inversamente, dà per assonanza Moxa. (Il che può apportare nuova luce sulla questione del celebre Obelisco).
Passando al campo storico, è un fatto molto si­gnificativo chenelle misteriose genealogie del Si­gnore Gesú (che nessuno legge e interpreta, men­tre invece ripercorrono tutta la Genesi) gli esperti dell’alto Rabbinismo fanno notare un nome tipico quasi in ombra. Questo dimostra come molto anti­camente, sull’altopiano del Pamir, le due stirpi, la Semitica e l’Ariana, il Seme Jafetdel Racconto noachita, formavano un ceppo unico! Onde la puerilità delle dispute odierne...
Ma un’escursione nell’India arcaica dei Veggenti o Risci, i cui insegnamenti tradizionali iperborei verranno poi accolti nel Veda-Vedanta, ci riserverà ben altre sorprese. Non c’è dubbio che i maggiori residui della Civiltà Bianca si ritrovino in terra in­diana dietro le tracce della grande migrazione (8.000 anni a.Ch.) che si denomina Ciclo o Impero di Rama.
Ma  donde mosse l’Ariete Sacro, Ram, per la conquista della Proto India, estendendo il suo Impero su più Continenti e più genti del Mondo antico? Dalle selve dell’Europa centrale! E il magi­co nome “Ram”, come prefisso e suffisso si ritrova ovunque. Nei Faraoni d’Egitto Ram-ses;in Ab-ram,padre degli Ebrei e Arabi ma all’evidenza, non di se stesso; nei fondatori di Roma, i Ram-nenses; addirittura nell’islamico Rama-dam;
e molto altro ancora.
altDi sommo significato e valore è la composizio­ne del Nome abramitico. Nelle Lingue ancestrali Abindica un alto esponente missionario: dunque, nel caso specifico, un’Autorità dello stesso ciclo di Rama per una diramazione ad Ovest, verso l’Africa e il Mediterraneo della Civiltà Bianca Polare dello Spirito. (Da notare che nell’Ebraico biblico Ab-Ramsi interpreta “Padre eccelso”).
Identica indicazione segreta della voce “Ram” ha la presenza universale sulla Terra del colore Bianco. Il candido Libano è il Centro spirituale che più riflette il Regno Supremo invisibile.
Laba­no (Albano) è il superiore parente al cui servizio lavorò lo stesso Giacobbe-Israel. Elia “il Profetismo eterno” opera e vince sul Libano: e i bianchi Ce­dri della mistica montagna, simbolo dei Sapienti nascosti, orneranno in alto il Tempio di Salomone. Né si dimentichi Alba-longa, madre di Roma e, se si vuole, il lago di Albano che è la residenza estiva dei Papi Biancovestiti.
Sintomatico che la mistica veggente Caterina Emmerich - le cui rivelazioni si sono sempre mo­strate esattissime - pone Elia, rapito secondo la Bibbia su un carro di fuoco, soggiornante su un picco inviolabile dell’Himalaya (“casa delle nevi”).  Altitudine sconosciuta agli alpinisti profani che si illudono di aver toccato la Sommità della Terra. Di qui, nell’attesa escatologica, Egli prepara con la sua discesa, la vittoria finale contro le forze antidi­vine. Non  a caso Elia è, secondo l’Islàm, uno dei “quattro immortali”: con Enoch “lo Scriba celeste”, con Melchisedec “il Sacerdozio eterno” e con Gesú il Giudice Universale.
Nel Libro Sacro degli Arabi, il Corano, ovvia­mente non si nomina mai Cristo: ma si ricordano molto spesso Maria e Gesú. Il Vangelo vi è defini­to “il libro della Luce”. (III, 181). Non per niente la Rivelazione Evangelica fu messa in opera da Gabriel, l’Arcangelo del Nord e dell’Annunciazione alla Vergine. In seguito, fu lo stesso Gabriel a provvedere alla dettatura del Corano.
L’altro Arcan­gelo gemello, Mikael, il custode del Nome Divino, è anche detto “Principe delle Nevi”: e questo si commenta da sé.
Come si sa, nel testo coranico, Gesú è nomina­to con uno strano Nome: Isa.
Per assonanza, è lo Isc ebraico che, secondo il lessico tradizionale, in­dica l’Uomo intellettuale-spirituale opposto a Enosh contrassegnante l’Uomo corporeo. Il secondo è appunto l’Uomo decaduto atlantideo e soprattutto post-atlantideo; il primo è invece proprio l’essere iperboreo.
Osserviamo un momento il Divino Risorto. La sua tunica è bianca il suo mantello è rosso.
Sono i colori delle supreme Tradizioni primordiali, spiri­tualmente ortodosse: la bianca veste Iperborea in­dica e comporta “1’arte sacerdotale”, la rossa Atlan­tidea implica la complementare“arte regale”.
Una semplice ma vivente immagine pittografica vela e svela un mistero profondo. Anche ciò corri­sponde al genio arcano dell’Europa immemoriale che, educata bene dal pitagorico card. Cusano, non privilegia un colore solo, ma contempla nel suo spirito plurilaterale, la “conciliazione degli opposti”.
Infatti, il Re dei Re dell’Apocalisse siede sull’Arcobaleno: e così, con evidenza totale, ricom­prende e ricapitola i sette colori dell’Iride, tutti as­sorbendo nel bianco che non è un colore ma il raggio della Luce primigenia.
Non per niente lo stesso Corano in una Sura famosa (XLIII-61) chiama Lui“il segno dell’ora”, affidandogli, col suo Ritorno, l’Universale Giudizio che avvera la Sintesi di tutte le Analisi.
Crediamo ve ne sia abbastanza per intendere che gli Europei discendono da molto lontano. L’Europa è più antica della Chiesa, più antica del Cristianesimo, più antica del Mondo Classico, più antica del Messianismo israelitico, più antica dell’Egitto, in parte atlantideo, e del Mosaismo eQabbalismo che ne discendono.
Cos’è dunque l’Europa? Tutte le bussole segna­no il Nord; nessuna l’Oriente, fosse pure il riverito Oriente biblico. È l’Europa una propagine autentica dell’Iperbo­ride bianca.
Quindi una Terra sacra discendente in linea diretta dai Primordi.
Quand’anche si riduces­se, nel corso dei millenni, ad una distesa deserta, o ghiacciata, la fiamma nascosta può sempre suscitarla, rinnovandola “di novella fronda”.


 



La razza iperborea e le sue ramificazioni


tratto da: http://www.centrostudilaruna.it

Autore: Julius Evola

 

Il limite che si può dare alla nostra dottrina della razza in fatto di esplorazione delle origini cade nel punto, in cui la razza iperborea dovette abbandonare, ad ondate successive, seguenti itinerari diversi, la sede artica, per via del congelamento che la rese inabitabile – nelle opere già citate si è già accennato a quel che rende fondata l’idea, che la regione artica sia diventata quella dei ghiacci eterni solo a partire da un determinato periodo: i ricordi di quella sede, conservati nelle tradizioni di tutti i popoli nella forma di miti varii, ove essa appare sempre come una “terra del sole”, come un continente insulare dello splendore, come la terra sacra del Dio della luce, e così via, sono già, nel riguardo, abbastanza eloquenti. Ora, nel punto in cui si iniziarono le emigrazioni iperboree perisotiche, la razza iperborea poteva considerarsi, fra tutte, quella superiore, la superrazza, la razza olimpica riflettente nella sua estrema purità la razza stessa dello spirito. Tutti gli altri ceppi umani esistenti sulla terra in quel periodo, nel complesso, sembra che si presentassero o come “razze di natura”, cioè razze animalesche, o come razze divenute, per involuzione di cicli razziali precedenti, “razze di natura”. Gli insegnamenti tradizionali parlano in realtà di una civiltà o di una razza antartica già decaduta al periodo delle prime emigrazioni e colonizzazioni iperboree, i cui residui lemurici erano rappresentati da importanti gruppi di razze negridi e malesiche. Un altro ceppo razziale, distinto sia da quello iperboreo che da quello antartico-lemurico, era quello che come razza bruno-gialla occupò originariamente il continente eurasiatico (razza finnico-mongoloide) e che come razza rosso-bruna ed anche, nuovamente, bruno-gialla occupò sia una parte delle Americhe che terre atlantiche oggi scomparse.

Principe Siddharta. Gandhara, II-III secolo. Arte del Gandhâra, sito di Shahbaz-Garhi. Museo Guimet, Parigi.
Principe Siddharta. Gandhara, II-III secolo. Arte del Gandhâra, sito di Shahbaz-Garhi. Museo Guimet, Parigi.

Sarebbe evidentemente assurdo tentare una precisa tipologia di queste razze preistoriche e delle loro combinazioni primordiali secondo caratteristiche esterne. Ad esse ci si deve riferire solo per prevenire degli equivoci e potersi orientare fra le formazioni etniche dei periodi successivi. Anche l’indagine dei crani fossili può dirci ben poco, sia perché non dal solo cranio è caratterizzata la razza, perfino la semplice razza del corpo, sia perché vi sono ragioni per affermare fondatamente, che per alcune di tali razze dei residui fossili non potettero conservarsi fino a noi. Il cranio dolicocefalo, cioè allungato, unito ad un’alta statura e ad una slanciata figura, al colorito biondo dei capelli, chiaro della pelle, azzurro degli occhi, è, come è noto, caratteristico per gli ultimi discendenti delle razze nordiche direttamente calate dalle regioni artiche. Ma tutto ciò non può costituire l’ultima parola; anche a volersi limitare all’ordine positivo, bisogna far intervenire, per orientarsi, le considerazioni proprie al razzismo di secondo grado. Infatti già si è detto che per la razza l’elemento essenziale non è dato dalle semplici caratteristiche corporee e antropologiche, ma dalla funzione e dal significato che esse hanno nell’insieme di un dato tipo umano. Dolicocefali di alta statura e slanciata figura si trovano infatti anche fra le razze negridi, e colorito bianco e occhi quasi azzurri si trovano fra gli Aino dell’Estremo Oriente e le razze malesi, stando naturalmente, in tali razze, a significare tutt’altro; né qui si deve pensare solo a delle anomalie o a scherzi della natura, in certi casi potendosi trattare di sopravvivenze somatiche spente di tipi procedenti da razze le quali, nel loro remotissimo periodo zenitale, potevano avere caratteri simili a quelli che, nell’epoca da noi considerata, si trovarono invece concentrati nell’elemento nordico-iperboreo e, qui, accompagnati, fino ad un’epoca relativamente recente, dal significato e dalla razza interna corrispondente.

Quanto alle emigrazioni delle razze di origine iperborea, avendo anche di esse parlato nei libri già citati, limitiamoci ad accennare a tre correnti principali. La prima ha presa la direzione nord-ovest sud-est raggiungendo l’India e avendo come suoi ultimi echi la razza indica, indo-afgana e indo-brachimorfa della classificazione del Peters. In Europa, contrariamente a quel che si può credere, le tracce di tale grande corrente sono meno visibili o, almeno, più confuse, perché si è avuta una sovrapposizione di ondate e quindi una composizione di strati etnici successivi. Infatti, dopo questa corrente della direzione nord-ovest sud-est (corrente nordico-aria trasversale), una seconda corrente ha seguito la direzione occidente-oriente, in molti suoi rami attraverso le vie del Mediterraneo, creando centri che talvolta debbonsi considerare anche più antichi di quelli derivati dalla precedente ondata trasversale, per il fatto che qui non sempre si trattò di una emigrazione forzata, ma anche di una colonizzazione operata prima della distruzione o della sopravvenuta inabitabilità dei centri originari della civiltà d’origine iperborea. Questa seconda corrente, col relativo tronco di razze, possiamo chiamarla ario-atlantica, o nordico-atlantica o, infine, atlantico-occidentale. Essa proviene in realtà da una terra atlantica, in cui si era costituito un centro che, in origine, era una specie di immagine di quello iperboreo. Questa terra fu distrutta da una catastrofe, di cui parimenti si ritrova il ricordo mitologizzato nelle tradizioni di quasi tutti i popoli, ed allora ale ondate dei colonizzatori si aggiunsero quelle di una vera e propria emigrazione.

Si è detto che la terra atlantidea conobbe in origine una specie di fac-simile del centro iperboreo, perché i dati fino a noi per giunti ci inducono a pensare ad una involuzione sopravvenuta sia dal punto di vista della razza, sia dal punto di vista della spiritualità, in questi ceppi nordici scesi già in epoche antichissime verso il sud. Le mescolanze con gli aborigeni rosso-bruni sembrano, nel riguardo, aver avuta una parte non indifferente e distruttiva, e se ne trova un ricordo preciso nel racconto di Platone, ove l’unione dei “figli degli dèi” – degli Iperborei – con gli indigeni è data come una colpa, in termini, che ricordano quel che in altri ricordi mitici, viene descritto come “caduta” della razza celeste – degli “angeli” o, di nuovo, dei figli degli dèi, ben elohim – la quale si congiunse, ad un dato momento, con le figlie degli uomini (delle razze inferiori) commettendo una contaminazione significativamente assimilata, da alcuni testi, al peccato di sodomia, di commercio carnale con gli animali.

Statua di Enrico II. Duomo di Bamberga, Germania.
Statua di Enrico II. Duomo di Bamberga, Germania.

Il gruppo delle razze “arie”
Più recente di tutte è l’emigrazione della terza andata, che ha seguito la direzione nord-sud. Alcuni ceppi nordici precorsero questa direzione già in epoche preistoriche – sono quelli, per esempio, che dettero luogo alla civiltà dorico-achea e che portarono in Grecia il culto dell’Apollo iperboreo. Le ultime ondate sono quelle della cosiddetta “migrazione dei popoli” avvenuta al decadere dell’Impero romano e corrispondono alle razze di tipo propriamente nordico-germanico. A questo riguardo, devesi fare una osservazione molto importante. Tali razze diffusesi nella direzione nord-sud discendono più direttamente da ceppi iperborei che per ultimi lasciarono le regioni artiche. Per tale ragione, essi spesso presentano, dal punto di vista della razza del corpo, una maggiore purità e conformità al tipo originario, avendo avuto minori possibilità di incontrare razze diverse. Lo stesso non può però dirsi dal punto di vista della loro razza interna e delle loro tradizioni. Il mantenersi più a lungo delle razze sorelle nelle condizioni di un clima divenuto particolarmente aspro e sfavorevole non poté non provocare in loro una certa materializzazione, uno sviluppo unilaterale di certe qualità fisiche ed altresì di carattere, di coraggio, di resistenza, costanza e inventività, avente però come sua controparte una atrofia del lato propriamente spirituale.

Ciò si vede già presso gli Spartani; in maggior misura, però, nei popoli germanici delle invasioni, che noi possiamo continuare a chiamare “barbariche”; “barbariche”, però, non di fronte alla civiltà romana degenerescente, in cui quei popoli apparvero, ma di fronte ad un superiore stadio, da cui quelle razze erano ormai decadute. Fra le prove di una tale interiore degerescenza, o oscuramento spirituale, sta la relativa facilità con cui tali razze si convertirono al cristianesimo e poi al protestantesimo; per questa ragione, i popoli germanici nei primi secoli dopo il crollo dell’impero romano d’Occidente, fino a Carlomagno, non seppero opporre nulla d’importante, nel dominio spirituale, alle forme crepuscolari della romanità. Essi furono fascinati dallo splendore esteriore di tali forme, caddero facilmente vittime del bizantinismo, non seppero rianimare quanto di nordico-ario sussisteva, malgrado tutto, nel mondo mediterraneo, che per il tramite di una fede inficiata, in più di un aspetto, da influenze razziali semitico-meridionali, allorché esse, più tardi, dettero forma al Sacro Romano Impero sotto segno cattolico. E’ così che anche dei razzisti tedeschi, come il Günther, hanno dovuto riconoscere che, volendo ricostruire la visione del mondo e il tipo di spiritualità proprio alla razza nordica, ci si deve meno riferire alle testimonianze contenute dalle tradizioni dei popoli germanici del periodo delle invasioni – testimonianze frammentarie, spesso alterate da influssi estranei o decadute nella forma di superstizioni popolari o di folklore – quanto alle forme superiori spirituali proprie all’antica Roma, all’antica Ellade, alla Persia e all’India, cioé di civiltà derivate dalle due prime ondate.

 

All’insieme delle razze e delle tradizioni generate da queste tre correnti, trasversale l’una (ceppo degli ario-nordici), orizzontale l’altra (cepo degli ario-germanici) si può applicare, non tanto per vera conformità, ma piuttosto in base ad un uso divenuto corrente, il termine “ario” o “ariano”. Volendo prendere in considerazione le razze definite dagli studiosi più noti e riconosciuti di razzismo di primo grado, possiamo dire, che il tronco della razza aria, avente alla sua radice quella iperborea primordiale, si differenzia nel modo seguente. Vi è anzitutto, come razza bionda, il ramo chiamato in senso stretto “nordico”, che alcuni differenziano in sottoramo teutonordide, dalico-falico, finno-nordico; lo stesso ceppo nel suo miscuglio con le popolazioni aborigene sarmate ha dato poi luogo al cosiddetto tipo est-europide e est-baltico. Tutti questi gruppi umani, dal punto di vista della razza del corpo, come si è accennato, conservano una maggiore fedeltà o purità rispetto a ciò che si può presumere esser stato il tipo nordico primordiale, vale a dire iperboreo.

In secondo luogo, debbonsi considerare delle razze già più differenziate rispetto al tipo originario, sia nel senso di fenotipi di esso, vale a dire di forme, a cui le stesse disposizioni e gli stessi geni ereditari han dato luogo sotto l’azione di un ambiente diverso, sia di misto-variazioni, cioè, prodotte da più accentuata mescolanza; si tratta di tipi, in prevalenza, bruni, di statura più piccola, in cui al dolicocefalia non è di regola o non è troppo pronunciata. Menzioniamo, utilizzando le terminologie più in voga, la cosiddetta razza dell’uomo dell’ovest (westisch), la razza atlantica che, come l’ha definita il Fischer, è già da essa diversa, la razza mediterranea, da cui, a sua volta, si distingue, secondo il Peters, la varietà dell’uomo euroafricano, o africo-mediterraneo, ove la componente oscura ha maggior risalto. La classificazione del Sergi, secondo la quale queste due ultime varietà, più o meno, coincidono, è senz’altro da rigettarsi e, dal punto di vista del razzismo pratico, soprattutto di quello italiano, è fra le più pericolose. Parimenti equivoco è il chiamare, col Peters, pelasgica la razza mediterranea: in conformità col senso che tale parola ebbe nella civiltà greca, bisogna considerare il tipo pelagico, in un certo modo, a sé, soprattutto nei termini del risultato di una degenerazione di alcuni antichissimi ceppi atlantico-ari stabilitisi nel Mediterraneo prima dell’apparire degli Elleni. Specie dal punto di vista della razza dell’anima si conferma questo significato dei “pelasgi”, fra i quali rientra anche l’antica gente etrusca (Cfr. Bachofen, “La razza solare”. Studi sulla storia segreta dell’antico mondo mediterraneo, Roma 1940).

In un certo modo a sé sta la razza dinaride, perché, mentre essa, in certi suoi aspetti, è maggiormente vicina al tipo nordico, in altri mostra caratteri comuni con la razza armenoide e desertica, e, come quella che alcuni razzisti definiscono propriamente razza alpina o dei Vosgi, si mostra prevalentemente brachicefala: segno di incroci avvenuti secondo altre direzioni. La razza aria dell’est (ostisch) ha, di nuovo, caratteri distinti, sia fisici che psichici, per cui si allontana sensibilmente dal tipo nordico.

Non vi è nulla in contrario, dal punto di vista tradizionale, assumere nella dottrina della razza di primo grado le precisazioni che i varii autori fanno nei riguardi delle caratteristiche fisiche e, in parte, anche psichiche, di tutti questi rami dell’umanità aria. Solo che sulla portata di tutto ciò non bisogna farsi troppe illusioni, nel senso di stabilire rigidi limiti. Così, benché non bianche né bionde, le razze superiori dell’Iran e dell’India, e benché non bianchi, molti antichi tipi egizi possono rientrare senz’altro nella famiglia aria. Non solo: autori come il Wirth e il Kadner, che hanno cercato di utilizzare i recenti studi sui gruppi sanguigni per la ricerca razziale, sono stati indotti a ritenere più vicini al tipo nordico primordiale alcuni ceppi nord-americani pellirosse e alcuni tipi esquimesi, che non la maggior parte delle razze arie indoeuropee ora accennate; e in quest’ordine di indagini, ad esempio, risulta altresì, che il sangue nordico primordiale in Italia ha un percento vicino a quello dell’Inghilterra, e decisamente superiore a quello dei popoli ari germanici. Bisogna dunque non fissarsi su degli schemi rigidi, e pensare che, salvo casi abbastanza rari, la “forma” della superrazza originaria, più o meno latente, impedita o sopraffatta, o estenuata, sussiste nel profondo di tutte queste varietà umane e, date certe condizioni, può tornare ad esser predominante e ad informar di sé un dato tipo, che le si dimostri corrispondente, anche là dove meno si potrebbe sospettare, cioè là dove gli antecedenti, secondo la concezione schematica e statica della razza, avrebbero invece fatto sembrar probabile l’apparizione di un tipo di razza, mettiamo, mediterranea, o indo-afgana, o baltico-orientale. […]

Che cosa voleva dire “ario”
Veniamo ora al termine “ario”. Secondo la concezione oggi divenuta corrente, ha diritto di dirsi “ario” chiunque non sia ebreo o di razza di colore, né abbia avi di tali razze – in Germania, fino alla terza generazione. Per gli scopi più immediati della politica razziale, questa veduta può avere una certa giustificazione, nel senso di punto di riferimento per una prima discriminazione. Su di un piano più alto, ed anche in sede storica, essa appare invece insufficiente, già per il fatto, che essa si esaurisce in una definizione negativa, indicante quel che non si deve essere, non ciò che si deve essere; per cui, soddisfatta la condizione generica di non essere né negro, né Ebreo, né di colore, egual diritto a dirsi ario avrebbe sia il più “iperboreo” degli Svedesi che un tipo seminegroide delle regioni meridionali. D’altra parte, se si confronta questo significato ridotto dell’arianità con quello che la parola ebbe originariamente, vien quasi da pensare ad una profanazione, perché la qualità aria, in origine, coincideva essenzialmente con quella che, come si è accennato, la ricerca di terzo grado può attribuire a schiere della razza restauratrice, della “razza eroica”. Quindi il termine “ario” nella sua concezione corrente odierna non può accettarsi che ai fini della circoscrizione e separazione di una zona generale, all’interno della quale dovrebbe però aver luogo tutta una serie di ulteriori differenziazioni, qualora ci si voglia avvicinare, sia pure approssimativamente, al livello spirituale corrispondente al significato autentico e originario del termine in questione.

Iscrizioni di Bisotun (particolare)
Iscrizioni di Bisotun (particolare)

Il razzismo – è vero – nelle sue propaggini filologiche si è dato ad una ricerca comparativa di parole, che nell’insieme delle lingue indoeuropee contengono la radice *ar di “ario” ed esprimono più o meno qualità di un tipo umano superiore. Herus in latino e Herr in tedesco significano “signore”, in greco aristos vuol dire eccellente e areté virtù; in irlandese air significa onorare e nell’antico tedesco la parola era vuol dire gloria – come in quello moderno Ehre vuol dire onore, ecc., e tutte queste espressioni, come varie altre, sembrano appunto trarsi dalla radice *ar di ario. Inoltre questa stessa radice il razzismo ha creduto di ritrovarla anche in Eran, antico nome per la Persia, in Erin e Erenn, antichi nomi dell’Irlanda, oltre che in molti nomi propri che ricorrono frequentissimi nelle antiche stirpi germaniche. Tuttavia, da un punto di vista rigoroso, il termine “ario” – da arya – con certezza può solo esser riferito alla civiltà dei conquistatori preistorici dell’India e dell’Iran. Nello Zend-Avesta, testo dell’antica tradizione iranica, la patria originaria delle stirpi, a cui tale tradizione fu propria, è chiamata airyanem-vaejo, significante “seme della gente aria” e dalle descrizioni che se ne danno risulta chiaramente, che essa fa tutt’uno con la sede artica iperborea. Nella inscrizione di Behistun (520 a.C.) il gran Re Dario parla così di sé stesso: “Io, re dei re, di razza aria” e gli “arii”, a loro volta, nei testi s’identificano alla milizia terrestre del “Dio di Luce”: cosa che ci fa già apparire la razza aria in un significato metafisico, come quella che, senza tregua, in uno dei varii piani della realtà cosmica, lotta incessantemente contro le forze oscure dell’anti-dio, di Arimane.

Questo concetto spirituale dell’arianità si precisa nella civiltà indù. Nella lingua sanscrita ar significa “superiore, nobile, ben fatto” ed evoca anche l’idea di muovere come ascendere, portarsi in alto. Con riferimento alla dottrina indù dei tre duna, una tale idea propizia ravvicinamenti interessanti. La qualità “ar” va cioè a corrispondere a rajas, che è la qualità delle forze ascendenti, superiore e opposta a tamas, che è la qualità, invece, di tutto ciò che cade, che va verso il basso, mentre qualità superiore a rajas è sattva, la qualità propria a “ciò che è” (sat) in senso eminente – si potrebbe dire, al principio solare nella sua olimpicità. Ciò può dunque dare un senso del “luogo” metafisico proprio alla qualità aria. Da questa radice *ar, arya come aggettivo indica poi le qualità di esser superiore, fedele, ottimo, stimato, di buona nascita; e come sostantivo designa “chi è signore, di nobile stirpe, maestro, degno di onore”: sono deduzioni in sede di carattere, in sede sociale e, infine, di “razza dell’anima”.

Ciò dal punto di vista generico. In senso specifico arya però era essenzialmente una designazione di casta: si riferiva collettivamente all’insieme delle tre caste superiori (capi spirituali, aristocrazia guerriera e “padri di famiglia” quali proprietari legittimi, con autorità su di un certo gruppo di consanguinei) nella loro opposizione alla quarta casta, alla casta servile degli sudra – oggi forse si dovrebbe dire: alla massa proletaria.

Ora, due condizioni definivano la qualità aria: la nascita e l’iniziazione. Ari si nasce – tale è la prima condizione. L’arianità, su tale base, è una proprietà condizionata dalla razza, dalla casta e dall’eredità, essa si trasmette col sangue da padre a figlio e da nulla può esser sostituita, così come il privilegio che, fino ad ieri, in Occidente aveva il sangue patrizio. Un codice particolarmente complicato, sviluppante una casistica fin nei più minuti dettagli, conteneva tutte le misure necessarie per preservare e mantenere pura questa eredità preziosa e insostituibile, considerando non solo l’aspetto biologico (razza del corpo) ma anche quello etico e sociale, il contegno, un dato stile di vita, diritti e doveri, quindi tutta una tradizione di “razza dell’anima”, differenziata poi per ciascuna delle tre caste arie.

Ma se la nascita è la condizione necessaria per essere ari, essa non è anche sufficiente. La qualità innata va confermata per mezzo dell’iniziazione, upanayana. Come il battesimo è la condizione indispensabile per far parte della comunità cristiana, così l’iniziazione rappresentava la porta attraverso la quale si entrava a far parte effettiva della grande famiglia aria. L’iniziazione determina la “seconda nascita”, essa crea il dvija, “colui che è nato due volte”. Nei testi, arya appare sempre come sinonimo di dvija, rinato, o nato due volte. Per cui, già con questo si entra in un dominio metafisico, nel campo di una razza dello spirito. La razza oscura, proletaria – sudra-varna – detta anche nemica – dasa – non-divina o demonica – asurya-varna – ha solo una nascita, quella del corpo. Due nascite, l’una naturale, l’altra sovrannaturale, urànica, ha invece l’arya, il nobile. Come in varie occasioni l’abbiamo ricordato, il più antico codice di leggi arie, il Manavadharmasastra, va fino al punto di dichiarare, che chi è nato ario non è veramente superiore allo sudra, al servo, prima di esser passato attraverso la seconda nascita o quando la sua gente abbia metodicamente trascurato il rito determinante questa nascita, cioè l’iniziazione, l’upanayana (*).

Ritratti da Hadda. Arte del Gandhara, India, III secolo. Museo Guimet, Parigi.
Ritratti da Hadda. Arte del Gandhara, India, III secolo. Museo Guimet, Parigi.

Ma vi è anche la controparte. Atto e qualificato a ricevere legittimamente l’iniziazione, in via di principio, non è chiunque, ma solo chi è nato ario. Impartirla ad altri è delitto. Ci troviamo dunque di fronte ad una concezione superiore e completa della razza. Essa si distingue dalla concezione cattolica, perché ignora un sacramento atto a somministrarsi a chiunque, senza condizioni di sangue, razza e casta, tanto da condurre ad una democrazia dello spirito. In pari tempo, essa supera anche il razzismo materialistico, perché, mentre si soddisfa alle esigenze di esso ed anzi si porta il concetto della purità biologica e della non-mescolanza fino alla forma estrema relativa alla casta chiusa, l’antica civiltà aria riteneva insufficiente la sola nascita fisica: aveva in vista una razza dello spirito, da raggiungere – partendo dalla salda base e dall’aristocrazia di un dato sangue e di una data eredità naturale – per mezzo della ri-nascita, definita dal sacramento ario. Ancor più in alto, la terza nascita, o, per usare la designazione corrispondente delle tradizioni classiche, la resurrezione attraverso la “morte trionfale”. Come supremo ideale, l’antico ario considerava infatti la “via degli dèi” – deva-yana – detta anche “solare” o “nordica”, lungo la quale si ascende e “non si ritorna”, non la “via meridionale” del dissolversi nel ceppo collettivo di una data stirpe, nella sostanza confusa di nuove nascite (pitr-yana): cosa che già basta per immaginarsi in che conto l’uomo ario poteva avere la cosiddetta rincarnazione, concezione, questa, che, come si è detto, fu propria a razze estranee, prevalentemente “telluriche” o “dionisiache”.

L’elemento solare ed eroico della antica razza aria
La doppia condizione della qualità aria fa capire, che queste antiche civiltà presupponevano una specie di eredità sovrannaturale latente nella razza aria del sangue, eredità, che però doveva esser ridestata e portata dalla potenza all’atto caso per caso, affinché il singolo potesse farla davvero cosa sua. Questo era il significato generale del sacramento ario nelle sue forme più alte. Considerando però l’àpice della gerarchia aria, si può vedere facilmente che la qualità primordiale latente da ridestare corrisponde essenzialmente a quella della “razza solare” e che, quindi, l’ario, come colui che a tale razza appartiene potenzialmente, ma che tuttavia deve riconquistarla o restaurarla quale singolo, presenta esattamente i tratti della razza da noi tecnicamente definita “eroica”.

Come si è accennato, la casta aria si ripartiva in altre tre e la più alta l’abbiamo detta dei “capi spirituali”, giacché questa espressione previene molti equivoci e ci permette anche di evitare il problema alquanto complesso dei rapporti che nelle antiche società arie d’origine iperborea esistevano fra la casta sacerdotale – brahman – e quella guerriera – kshatram. La maggior parte degli orientalisti, nel riferirsi alla prima là dove essa effettivamente rappresentò il vertice della gerarchia aria, credono di vedervi una specie di supremazia sacerdotale, cosa effettivamente errata. Anzitutto sembra risultare dalle più antiche testimonianze che la casta sacerdotale in origine faceva tutt’uno con quella guerriero-regale, in piena corrispondenza con l’ufficio originario della “razza solare”. In secondo luogo, anche a prescindere da ciò e a limitarsi al soli brahmana (ai componenti della casta dei brahman) come capi ari, non si può pensare ad una società retta da “sacerdoti” e asservita ad isee “religiose”, come gli uni e le altre vengono concepiti nella religione europea. Ciò, per due ragioni.

Anzitutto perché vi era l’anzidetta condizione del sangue. Peer ragioni varie, la Chiesa dovette imporre al clero il celibato, col che si rese impossibile una base razziale e ereditaria per la dignità sacerdotale. Secondo la veduta cattolica – e ancor più secondo quella protestante – per divenire sacerdote basta la “vocazione” (concetto, qui, piuttosto vago), certi studi affini alla filosofia e l’ossequio a certi precetti morali: non è richiesto esser di razza di sacerdoti per esser ordinati sacerdoti. Questo è il primo punto.

In secondo luogo, l’antica élite aria come “razza solare” ignorava la distanza metafisica fra un Creatore e la creatura. I suoi rappresentanti non apparivano come mediatori del divino (cioè nella funzione che ha il sacerdote nelle civiltà lunari), bensì come essi stessi nature divine. La tradizione li descrive come dominatori non solo di uomini, ma anche di potenze invisibili, di “dèi”. Fra i molti testi riprodotti nel nostro libro già spesso ricordato, a tale riguardo, vi è p. es. questo: “Noi siamo dèi, voi [soltanto] uomini”. Essi sono nature luminose e vengono paragonati al sole. Sono costituiti “da una sostanza ignea radiante”, costituiscono l’“apice” dell’universo e “sono oggetto di venerazione da parte delle stesse divinità”. Non sono gli amministratori di una fede, ma i possessori di una scienza sacra. Questa conoscenza è potenza e forza trasfigurante. Agisce come un fuoco, che consuma e che distrugge tutto ciò che per altri nele azioni potrebbe significare colpa, peccato, costrizione – è qualcosa di simile al nietzschiano “al di là del bene e del male”, ma su di un piano trascendente, non da superuomo “bionda bestia” ma da superuomo “olimpico”. Poiché essi “sanno” e “possono”, questi capi arii non hanno bisogno di “credere”, non conoscono dogmi, nel dominio delle conoscenze tradizionali essi sono infallibili.

E come non hanno dogmi, essi nemmeno costituiscono una “chiesa”; esercitano direttamente, di persona, la loro autorità; non hanno pontefici da venerare, perché, in un certo modo, ogni esponente legittimo della loro casta è un “pontefice”, nel senso originario della parola. Pontefice è colui che fa i ponti, che stabilisce i contatti fra due rive, fra due mondi – fra l’umano e il superumano. Esattamente perché questa era la funzione propria al brahman; e poiché in una civiltà orientata in senso eminentemente eroico e metafisico, come era il caso di quella dell’antica arianità, una tale funzione appariva di suprema utilità ed efficacia – per questo il capo spirituale, o brahmana, incarnava agli occhi delle altre caste arie, per tacere di quelle servili non-arie, una autorità illimitata e supremamente legittima.

 

Lo strumento “pontificale” – cioè di “collegamento” – per eccellenza (in origine, prerogativa regale), era il rito. Anche circa il rito dovremmo, qui, ripetere cose da noi già dette in più di una occasione. Il rito per l’uomo antico non era una vuota e superstiziosa cerimonia. Vi si esprimeva invece una attitudine virile e dominatrice di fronte al supersensibile, giacché, mentre la preghiera è un chiedere, il rito, secondo questa veduta, è un comandare e un determinare. Il rito è una specie di “tecnica divina”, che si distingue da quella moderna, pel fatto che non agiva in base alle leggi esterne dei fenomeni naturali ma influiva sulle cause supersensibili di essi; in secondo luogo, perché la sua efficacia era condizionata da una forza speciale e oggettiva, supposta in chi doveva eseguire il rito. La mentalità moderna, che vede tutto al rovescio, inclina notoriamente a riportare i riti alle pratiche superstiziose dei selvaggi. La verità è invece, che le pratiche dei selvaggi non sono che le forme degenerescenti dei veri riti, i quali sono da spiegarsi e da capirsi su tutt’altra base.

Ora, se già nel modo di apparire come brahmana della suprema casta aria sono presenti tutti questi tratti, abbiamo ragioni sufficienti per ammettere che nelle origini, ove il brahman e lo kshatram – l’elemento sacerdotale e quello guerriero o regale – facevano tutt’uno, la civiltà degli Iperborei scesi verso il Sud aveva al proprio centro esattamente ciò che noi abbiamo definito spiritualità olimpica o solare e che questa tradizione permase nelle fasi successive, di parziale oscuramento di tale civiltà, per mezzo di restaurazioni di tipo “eroico” in una élite o casta di capi spirituali. Una indagine delle testimonianze corrispondenti della più antica civiltà greca e romana condurrebbe agli stessi risultati. L’elemento solare e regale, il senso della comunità di origine e di vita con gli enti divini sono tratti in essa parimenti presenti.

Perciò, riassumendo, se lo si vuole spiegare con le vedute e le tradizioni proprie alle civiltà, alle quali appartenne in via rigorosa e provata, il termine “ario” si riferisce anzitutto, in generale, ad una “razza dello spirito” di origine iperborea impegnata in una specie di lotta metafisica e avente in proprio uno speciale ideale dell’Imperium – il capo, come “re dei re” (Iran); più in particolare, nella sua estrema purezza, esso comprende in primo luogo l’ideale di un’alta purità biologica e di una nobiltà della razza del corpo; in secondo luogo l’idea di una razza dello spirito, di tipo “solare”, con tratti sacrali e simultaneamente regali e dominatori: razza di veri superuomini, di fronte a tutto ciò che di materialistico, di evoluzionistico e di “prometeico” si trova invece nelle concezioni moderne del superuomo – anche a prescindere, che queste altro non sono che “filosofia”, che teorie e imaginazioni formulate da persone la cui razza, quasi sempre, è tutt’altro che in ordine.

Se l’indagine relativa all’aristocrazia aria dei tempi primordiali ci porta a tali altezze, venir, da esse, alle esigenze pratiche del problema attuale della razza non è certo agevole. Il mondo spirituale che la considerazione di terzo grado riporta alla luce mediante un esame adeguato delle tradizioni e dei simboli antichi e vede essenzialmente congiunto al più altpo retaggio ario-iperboreo, per molti “ari” di oggi può sembrare inusitato e fantastico, per altri addirittura incomprensibile. Richiamare in vita significati, che millenni di storia han sepolto nei più profondi strati della subcoscienza, a che essi destino forme nuove di sensibilità, non può accadere dall’oggi al domani e, in ogni caso, è un’opera che va associata ai compiti del razzismo pratico di primo e di secondo grado, essendo necessario rimuovere in pari tempo ostacoli e deformazioni che paralizzano, per così dire, perfino fisicamente, la possibilità di ogni ritorno all’antico spirito ario.

Come pur stiano le cose, è esenziale che l’espressione “ario” oggi non decada in una vuota parola d’ordine e sia la semplice designazione di chiunque non sia proprio negro, ebreo o mongolo. Occorre tener sempre presenti i supremi punti di riferimento, i concetti-limite, le linee di vetta, perché è da esse che dipende il senso di tutto lo sviluppo, a partir dai primi gradi di esso. Ed anche a tale riguardo può avvenire una scleta delle vocazioni: il senso di qualcosa che, oggi, appare come una vetta lucente in mitiche irraggiungibili lontananze, mentre può paralizzare gli uni e indurli a “non perder tempo” in fantasticherie anacronistiche, può destere negli altri una tensione creatrice, suscitatrice di superiori possibilità.

* * *

(*) R. Guénon, in Etudes traditionelles, n. Marzo del 1940 ha giustamente rilevato che l’iniziazione delle caste ariane non va confusa con l’iniziazione in senso assoluto – diksha: ma la prima si può dire che già contiene la potenzialità della seconda, la quale peraltro può realizzarsi, nella gran parte dei casi, al momento della morte concepita come “terza nascita” (vedi qui e pag. 139 [nell’ediz. del 1994. Ndc.]). L’iniziazione di casta è così paragonabile al sacramento cristiano del battesimo, cui si attribuisce un certo potere trasformativi, ma che viene distinto dalla “seconda nascita” in senso mistico. Resta così, in ogni caso, il valore di un “sacramento” – e inoltre è possibile che ad esso, in tempi più antichi, corrispondesse proprio un rito iniziatico vero e proprio.

Fonte: Sintesi di dottrina della razza, 1941.


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