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Solo Risvegliandoci...

"E' in corso uno sforzo concentrato per prevedere e gestire il comportamento umano in modo che gli scienziati sociali e l'elite dittatoriale possano essere in grado di controllare le masse e proteggersi dalle ricadute di un'umanità libera completamente risvegliata. Solo risvegliandoci ai loro tentativi di metterci a dormire noi abbiamo una possibilità di preservare il nostro libero arbitrio."
Nicholas West


Scie Chimiche

Chi ci avvelena dal cielo?

Giù le mani dalla Madre Terra

 

Giù le mani dalla
Madre Terra

Questa è una campagna globale per
difendere la nostra casa unica e bellissima,
Pianeta Terra, la minaccia rappresentata
dagli esperimenti di geo-ingegneria


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Il principio di Maya e la coscienza di Robert Powell

Il principio di Maya e la coscienza
di Robert Powell
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Maya, che hai fatto di Me?
di Alexandre Quaranta

Il principio di Maya e la coscienza di Robert Powell
tratto da: http://www.revue3emillenaire.com/

Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

Una delle nostre cattive abitudini è  prendere il mondo troppo sul serio, il mondo  in senso  fisico e psicologico. Consideriamo le cose, gli oggetti e le persone come assolutamente reali. Ma, quando esaminiamo questi fenomeni, constatiamo che sono effimeri, sono solo delle apparenze. E una semplice apparenza non può in nessun modo essere assimilata al Reale, all’Eterno; perché, se è presente ora, non lo sarà domani. Chiamerei questa verità il principio della Maya, la nostra tendenza a sbagliarci, a confondere sempre la corda col serpente. E, a causa di questo principio, non abbiamo la minima idea della nostra vera natura, che non è un’apparenza, una cosa che è nata e morirà.

Se fate una meditazione di qualsiasi genere, il vostro compito principale dovrà essere quello di sbarazzarvi di tutte le illusioni.

 

D: E’ stato detto che dobbiamo conoscere noi stessi. Ma come si fa? Il Sé si può scegliere, tentare di ottenere o di conquistare o lo si deve vedere in modo molto più sottile? Dapprima si devono riconoscere i fenomeni per quello che sono, semplici apparenze. Poi ciò che rimane deve necessariamente costituire il reale. E’ il solo approccio che vale e ha senso. Prima di fare qualsiasi cosa in campo spirituale, la base deve essere necessariamente questa. Quando assistiamo a incontri come questo, abbiamo voglia de fare domande di ogni sorta e, se guardate attentamente, esse si riferiscono al principio della Maya, o piuttosto sul suo non-riconoscimento. Gli uditori hanno molti pregiudizi su se stessi: hanno una conoscenza come quella di essere nati, che moriranno, che hanno un nome, una forma, ecc. Le loro domande partono da questo. E’ esatto?

R.P.: Poiché queste domande si basano su un punto di vista sbagliato, anche le risposte saranno sbagliate. Così tutto l’incontro si trasforma in un esercizio inutile. Dobbiamo quindi, prima di tutto, confrontarci con quel principio della Maya che consiste nel vedere in ogni corda un serpente. Allora si è immancabilmente condotti a porsi la questione della propria identità. Chi sono realmente? Sono questo corpo? Sono questa mente? O sono qualcosa che è impossibile esprimere a parole?

La risposta è: “io non può essere pensato, perché ciò che sono è totalmente diverso da ciò che può essere espresso da un concetto, dal linguaggio”. Poiché sono del tutto incapace di formulare ciò che sono, non posso che restare silenzioso.

E, in quel silenzio, posso essere Quello, ciò che sono realmente.

Ma dal momento che sono portato a formulare una qualsiasi verità su ciò che sono, mi ritrovo nel mondo dei concetti.

Perché una meditazione sia fruttuosa, deve essere in rapporto con il tema della Maya. E’ solo con questa comprensione che potete capire ciò che è il vero Sé. Siamo abitualmente identificati con il corpo e con un nome e non sospettiamo mai di non essere coscienti e che questo insieme di concetti e di memorie che chiamiamo me è un prodotto dell’immaginazione. Se solo potessimo vederlo, capire l’impostura dell’io pensiero, dell’io concetto, allora non ci sarebbe niente altro da fare. L’identificazione si produce per diverse ragioni, a causa dell’educazione, del condizionamento, della mancanza d’attenzione soprattutto e della meditazione nel senso vero di studio di sé. Abbiamo una conoscenza superficiale del nostro corpo e un’esperienza superficiale della mente e dei concetti associati alla mente; allora concludiamo che siamo tutto questo. In questo modo siamo questo insieme di concetti, di memoria e di opinioni.

Non so se vi siete già dedicati a questo genere  di riflessioni. Per esempio, vi siete già interrogati sulla natura del corpo con cui vi identificate? Il corpo è evidentemente inerte. Non dice di avere una particolare identità, è la mente che lo dice. La mente, che si è trovata avvantaggiata rispetto al corpo, è un sistema chiuso. Tutte le sue conclusioni sono basate sulla propria esistenza. Essa si dice: “si, sono io, posso provare che questa mente ha un’esistenza reale”, ed è ancora fondato sulla sua irrealtà. Infatti ci si può domandare per chi questa mente è reale, per chi questo ego è reale. La risposta è sicuramente: per se stesse. E’ un sistema chiuso! Ecco un esempio di  ragionamento in circuito chiuso. Ciò equivale per la mente a dire che è reale, ma una tale situazione è fondata su nulla, non viene dalla sorgente della realtà, dall’Assoluto.

Risvegliarsi a questo ragionamento a circuito chiuso taglia l’erba sotto i piedi all’ego usurpatore, la falsa realtà, dissolvendola persino a livello fisico.

Guardate il mondo così com’è. Più lo guardate e più vedrete che non c’è conferma indipendente dalla sua esistenza. La sola base su cui riposa è la mente. E’ interessante osservare che il mondo comincia a essere nel momento in cui lo stato “io sono” comincia a essere. Dal momento in cui siete coscienti, il mondo viene visto. E dal momento in cui la coscienza vi lascia, se siete profondamente addormentati, tutto scompare. Così lo stato “io sono” e il mondo sorgono al tempo stesso; i due sono uno solo.

D: Quando si dorme, quando non ci sono più stimoli sensoriali, non c’è niente? Forse nessuna cosa è veramente niente, o è qualcosa totalmente al di là dei nostri concetti?

R.P.:’ vero; noi nominiamo tutto. E, se dite nessuna cosa, significa l’opposto di qualche cosa; dunque nessuna cosa è per me solo un concetto; non avete la possibilità di  immaginare nessuna cosa, perché è al di là dell’esperienza di un essere umano. E, se vi arrivate, forse non c’è niente che sia nessuna cosa. E’ un’estrapolazione per l’assenza di realtà. E’ una pura estrapolazione del cervello d’un concetto nel suo opposto.

Quando vi vedete sotto questo aspetto, avete uno sguardo differente sul mondo e su voi stessi. Se il Sé e il mondo non sono che uno, allora non c’è neanche separazione tra due individui. Lo stesso, la separazione tra la vita e la morte scompare, perché questa separazione si basa  sull’esistenza fisica del corpo e della mente. In nessun momento l’entità corpo-mente scompare dal mondo, perché i due sono uno e non possono essere separati!

D. Provo a visualizzarmi bambino di due giorni. Bene, non faccio che immaginare, perché non ho ricordi di allora. Non può esserci la sensazione di se stesso. Questo neonato è nella sua culla e il mondo è là, al di fuori. La sua coscienza è forse un po’ confusa; non è sicuro di sapere dove finiscono le sue mani e dove comincia la culla.

R.P.: E’ solo un automa fisiologico. La sua memoria, non essendo ancora sviluppata, la sua coscienza è al minimo. Ma comincia e dopo un anno, saranno già acquisiti numerosi ricordi. Ricordatevi di ciò che diceva Nisargadatta, ciò che siamo è essenzialmente il prodotto dei cinque elementi. E Maharaji non cessava d’insistere su questo. Perché dava tanta importanza al fatto che non siamo niente di più che il prodotto dei cinque elementi e dei tre guna, che sono le tre qualità principali? Perché ritornando, riflettendo sulla propria nascita, si prende coscienza che questo ego empirico è molto semplicemente una macchina, una macchina psicofisiologica d’azione, reazione, avendo in se stessa una vita. Per insistere sulla sua natura meccanica Maharaji definiva questa egocoscienza, come chimica. E, identificandovisi, cominciano tutte le disfunzioni.

D. Quali sono i cinque elementi?

R.P.: La terra, l’acqua, il fuoco, l’area e l’etere( quest’ultimo significa lo spazio ma non nel senso preeinsteniano della parola etere).

D. Quale sarebbe la differenza di qualità d’essere tra qualcuno come Nisargadatta e un neonato che non ha un ego, concetti ecc.? Sono identici?

R.P.: Non possono evidentemente essere identici, ma c’è una grande somiglianza tra i due stati. Come dice lo stesso Maharaji, quando un uomo invecchia, abbandona tutto ciò che ha appreso e accumulato e si riavvicina allo stato della sua nascita. Quando si avvicina il momento della morte, è presente; diventa come un bimbetto che non ha  ancora dei meccanismi intellettuali.

D. La sola differenza è che sa come parlarne, è cosciente di se stesso.

R.P.: Si, oggettivamente, incarna questo stato d’essere, quello in cui si è separati dalle proprie illusioni e si sono viste le cose come sono realmente. Si osserva il mondo non attraverso il principio della Maya.

D. Cos’è il principio della Maya?

R.P.: E’ vedere un serpente ogni volta che si guarda una corda. Superarlo è essenziale per vedere il reale.

D. Si., capisco, ma perché usare il termine Maya?

R.P.: Semplicemente perché è una terminologia ben accettata nel pensiero orientale, non solo nell’induismo ma anche nel buddismo. Significa press’a poco illusione ma anche misurare. E’ una nozione interessante perché la misura è anche una forma d’illusione: quando misurate una cosa, dovete prima accettare che essa è un’entità separata.

D. Chi semina la confusione, l’ego o il principio della Maya?

R.P.: Non potete dire che la Maya e l’ego mentale siano principi separati. Hanno tutti e due la stessa origine, una mancanza di pulizia della mente. La mente è uguale a Maya.  Nella letteratura si dice che la mente è Maya. Perché senza impurità, senza illusione non c’è la mente. La mente sono i pensieri. Non adoperiamo pensiero in senso scientifico o tecnico ma in senso psicologico: tutti i nostri fantasmi, le nostre false idee, prendere il non-senso per la realtà. E’ la Maya. Per questa ragione la mente s’inventa dei problemi, come la paura, i conflitti, gli attaccamenti. Poi lotta per esserne liberata e questo crea altri problemi. La mente aspira a raggiungere la realizzazione, come se la realizzazione fosse una cosa molto lontana, di cui occorre impadronirsi. La mente ha una caratteristica strana: rifiuta di avere a che fare con se stessa, rifiuta di guardare dentro di sé, perché sarebbe una minaccia mortale per la sua sopravvivenza, una minaccia di auto-dissoluzione.

Il principio della Maya è una forza molto potente, perché l’alternativa è la morte. La morte dell’ego è la soluzione, non c’è ambiguità né compromessi. Ogni compromesso è la continuità del principio della Maya.

D. L’arte di maneggiare la spada nello Zen è interessante. I novizi sono iniziati  a un’arte  molto distruttiva, nella quale si liberano del loro ego. Il  bel gesto col quale combattono e uccidono il loro nemico si basa sull’eliminazione dell’ego.

R.P.: Si, ma qui c’è un problema; è il modo in cui ne parlate. Quando dite che eliminano l’ego, chi esattamente elimina l’ego per piacere, esaminiamo questo. E’ un punto molto importante. Chi è questa entità? Può esserci  un’entità che elimina l’ego?

Qualcun’ altro vuole fare un’osservazione?

D. Sono confuso con i termini che usiamo. Io elimino il mio ego. Quell’io può eliminare il mio ego? Lo stesso linguaggio è strutturato attorno all’ego. Da quando si comincia a parlarne e a provare a rapportarsi a quello che non è l’ego, siamo condizionati dal linguaggio e diventa molto difficile parlarne.

R.P.: Un maestro Zen a nome Bankei paragonava il processo suggerito dal nostro amico all’istante, l’eliminazione dell’ego, con il fatto di lavare il sangue col sangue. Quello che elimina fa parte del problema, di colui da cui vuole essere eliminato. Non è possibile, perché chi elimina e chi vuole essere eliminato sono uno.

D. Siamo senza speranza!

R.P.: In effetti non c’è speranza. Non mettetevi su questa strada! Non provate!

Ritorniamo al punto di partenza. Possiamo vedere che il mondo degli oggetti e delle persone, tutto intero, è sorgente di delusioni se lo considero reale? Ma se lo vedo come fenomeni, apparizioni, come vedrei  un’opera teatrale alla televisione, i suoi attori, personaggi artificiali che non fanno che imitare persone reali, allora sono fuori da tutto questo, dal principio della Maya.

D. E’ come la corda e il serpente.

R.P: Si, dovete andare al di là. Se non vedete l’illusione, non c’è reale per voi. Non potete arrivare al reale per nessun’altra via. Avete bisogno di vedere l’illusione, a volte in televisione, perché non è che una televisione, e nella percezione che avete del mondo, perché non è che una percezione, una fabbricazione. Riassumendo, quello che chiamiamo il mondo non è che un’immagine, un concetto. E’ terribilmente importante. Quando ne vedete l’importanza, la questione di sapere se dovete fare meditazione diventa inutile, dovete averla superata, perché è quello che la meditazione dovrebbe sempre essere.

 


 

Maya, che hai fatto di Me?
di Alexandre Quaranta

tratto da: http://www.revue3emillenaire.com/

Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Contemplazione del muro illusorio.

“ Come uno spettacolo di magia, come una pittura o un vortice, così  si deve giungere a percepire l’universo nella sua integrità; da questa meditazione fiorirà la felicità”  (Vijnana Bhairava Tantra . versetto 79 )

“Io sono dappertutto: è realizzando quello, che ci si distacca dal proprio corpo. Ben fermo in quella visione, senza preoccuparsi di nient’altro, si ottiene la felicità”  (idem.  Versetto 81)

“Tutti gli esseri che possiedono un corpo hanno un’identica percezione del soggetto e dell’oggetto. Ma quello che caratterizza lo yogi è l’attenzione continua all’unione tra soggetto ed oggetto”   (idem.  Versetto 62)

“Si, è il cammino della magia e può darsi che tu abbia già fatto il passo più difficile in questa via. L’esperienza che hai vissuto è questa: il mondo esterno può diventare il mondo interiore. Sei andato al di là  dell’opposizione tra due termini contrari, ed era l’inferno per te. Sappi, amico mio, che quell’inferno è il cielo! Perché è proprio il cielo che si apre davanti a te. La magia consiste nel poter cambiare l’uno contro l’altro, non sotto i colpi delle contrarietà o della sofferenza, come hai fatto tu, ma liberamente, volontariamente. Pensa al passato, pensa al futuro: tutti e due sono in te! Fino ad ora sei stato lo schiavo dei tuoi pensieri. Impara a diventarne padrone. E’ questa la magia.”  ( Herman Hesse)

Nelle nostre vite di esseri dotati dell’insolito dono della coscienza, possiamo vedere all’opera diverse forme di illusione e a volte toglierne il velo. Quando si fa più acuto il nostro discernimento, quando prendiamo coscienza per la prima volta che  siamo la vittima consenziente, fortunata o sfortunata, di una illusione, viviamo un momento di comprensione che riguarda il funzionamento su uno o l’altro piano. Può verificarsi sul piano psicologico ( per esempio l’inganno di papà Natale, il modo in cui creiamo certe paure, il meccanismo di proiezione nei conflitti o nella vita amorosa, ecc ), o quello della percezione visiva ( illusioni ottiche, miraggi, figure impossibili, ologrammi, cinema, ecc ).

E poi c’è un altro tipo di illusioni, più centrali, più intime, più trasparenti, insospettabili  (perché la loro negazione sembra inverosimile) nel quotidiano e perciò potenzialmente più difficili da scoprire.

Sono le illusioni che hanno a che fare col senso ordinario e abituale dell’identità e con la visione della natura della realtà.

Queste illusioni sono indissociabili da quella cosa immediata e fondante che è la coscienza che pensiamo di avere di noi stessi e dell’immagine che ci facciamo del mondo.

Vorremmo qui proporre semplicemente una contemplazione su di un aspetto che sembra ordinariamente imporsi da solo. Prima di procedere oltre, vorremmo tuttavia dire che siamo tutti  a nostro modo dei metafisici inconsapevoli. Vale a dire che, senza necessariamente dircelo in modo chiaro, prendiamo, che lo vogliamo o no, delle posizioni filosofiche riguardanti la natura della realtà, la natura della nostra ultima identità ( o l’assenza di una tale non cosa ). Facciamo l’ipotesi che ci sia una identità più originale, più profonda di quella con la quale funzioniamo e a cui generalmente ci riduciamo.

Più semplicemente e più rapidamente, forse troppo, ma in ogni caso  chiaro e preciso, è probabile che la maggior parte di noi si rappresenti il reale con un certo numero di parametri che sembrano andare da sè. Così possiamo per esempio immaginare che siamo o abbiamo un corpo apparso da una nascita causata dai genitori. Immaginiamo che questo corpo esista sulla Terra, di fronte ad altri oggetti e ad altri corpi, e che la Terra esista nello spazio, uno spazio che si immagina estendersi all’infinito fino ai limiti o all’assenza di limiti più o meno fluidi dell’Universo. Noi ci viviamo come delle  individualità che sono coscienti e pensano.

I pensieri, nel senso più largo, stanno in una testa abitata da un cervello. E siamo oggetti tra altri oggetti, che pensano in una scatola. In più, possiamo essere equipaggiati, grazie all’attività della scatola sopra le spalle,  con ogni sorta di spiegazioni sapienti o stupide, che possono, col tempo,  farci perdere di vista che tutto questo affare è strano e inverosimile, che non va veramente, veramente, veramente, da sé.

E, certo, c’è la morte! Cioè la fine dell’agitazione della carne e dei pensieri e di ogni attività della piccola scatola sopra le spalle che fa la nostra identità. Il nostro ciclo identitario che ci si rappresenta abitualmente: “io sono un corpo apparso alla mia nascita, che si è sviluppato, con uno psichismo, che dura un certo tempo e che cessa con la morte del corpo e del cervello”.

E’, diciamo, la visione materialista. Senza dubbio è la visione della maggior parte di noi, malgrado eventuali strati di  credenze alternative. Che la si sostenga, consciamente o no, nelle pieghe di ognuno delle nostre coscienze individuali, non cambia niente rispetto al fatto che fornisce una specie di visione del mondo standard estremamente perversa, perché ci fa nascondere il mistero assoluto, il miracolo radicale, l’infinito inverosimile, la sovrabbondanza del fatto che ci sia qualcosa piuttosto che niente.

Da questa visione di una individualità isolata dal resto dell’universo, contenuta nell’universo, confinata nei limiti del corpo, la cui attività più misteriosa sembra confinata, e confinata come luogo nella scatola cranica, deriva naturalmente l’idea che ci sia un ME, che ci sia ciò che è all’esterno del ME. Tra l’esterno del ME e l’interno del ME si erge una parete, associata dunque a questa idea che  può essersi fatta da noi stessi. Questa parete assomiglia a una specie di muro di Berlino della dualità. Ma è un muro di Berlino un po’ speciale, un muro di segregazione e di divisione che non ha un equivalente terrestre o extraterrestre. Dapprima questo muro appare alla maggior parte di noi  come una evidenza tranquilla e che non è un grosso problema nella vita, molto meno grave del potere d’acquisto, il tasso delle grandi banche o il riscaldamento del pianeta. Questa parete è vista separare lo spazio che possiamo definire interiore dallo spazio fisico esterno infinito, in cui il pezzo di cosa articolata a cui ci riduciamo, il nostro corpo, evolve e si bagna come un pesce nell’acqua.

Questa parete è illusoria, diciamolo francamente. Non esiste più della settima zampa del coniglio (se si lasciano da parte i conigli che galoppano attorno a Chernobyl).

E’ illusoria, ma bisogna farla volare in pezzi. Ed è solamente quando avremo fatto saltare in aria quella illusione che potremo realizzare che non è mai realmente esistita, anche se potrà in altri momenti ricomparire.

Non esisteva che perché non facevamo attenzione al fatto che strutturava illusorie nozioni di interiorità ed esteriorità, di fronte alla nostra intimità intoccabile e alla nostra identità. In altre parole, nello stesso momento in cui possiamo prendere coscienza della realtà della sua esistenza illusoria, svanisce in uno stupore spazioso, che ci lascia senza dimensioni né localizzazione.

La questione dunque è come fare implodere o esplodere quel muro illusorio, ma anche separatore, come  esploderebbe una cristalleria sulla quale atterrasse un paracadutista non duale della legione straniera. Come e dove mettere quel muro invisibile di cui molti parlano come uno scherzo, che è possibile accorciare, che è durato abbastanza a lungo e che si rivelerà  non essere mai esistito nel momento in cui cesserà? Perché non cesserebbe ORA?

Ebbene, tutti i mezzi sono buoni; ecco una lista non esaustiva: fare veramente finta che non sia mai esistito, dedicarsi alla pratica del sogno notturno lucido fino a VEDERE apparire il mondo in ME, meditare sull’aforisma di Stephen Jourdain: “Cosciente di questo pensiero. Non sono questo pensiero. Niente di questo pensiero.”; utilizzare le tecniche di decapitazione di Douglas Harding; divorare un pacchetto di bonbon de chez Haribo  che espandono la coscienza (attenzione ai coloranti che possono provocare indigestione); abbandonare definitivamente  il pensiero – rappresentazione che la nostra testa è nello spazio e convincersi fino alla irrevocabile certezza che lo spazio è nella nostra testa, proprio per vedere ciò che quello produce; rileggere la collezione di Troisième Millénaire; andare a fare un giro al planetario e identificarsi col proiettore; girare la nostra testa (preferibilmente quella che non c’è, è meno doloroso ) di 180 gradi come nel film “ L’esorcista” e VEDERE che dietro non c’è niente.

Il mezzo che suggeriamo oggi consiste  nel sedersi alla terrazza di un caffè, possi bilmente con vista panoramica su un mercato con grande passaggio e porsi il più seriamente e onestamente possibile le seguenti domande:

Il luogo in cui i miei sentimenti, le mie impressioni, le mie sensazioni appaiono e si svolgono è lo stesso di quello in cui i passanti vanno e vengono?

Se si pensa che si tratta dello stesso spazio, considerare la domanda: che cosa è che mi separa da tutto ciò che è e da ciò che appare nel mio campo di coscienza?

Se si pensa (e si potrà eventualmente interrogarsi per sapere CHI pensa)  che non si tratta di due dimensioni differenti, di due spazi differenti e che c’è una separazione tra i due l’uno di fronte all’altro, considerare la domanda: come provo a me stesso  che questa separazione è veramente reale?

Con un po’ di passione, la grazia o un insolito sovrappiù di vigilanza, potrebbe accadere che Maya svanisse per lasciare la scena alla magnifica danza di sua sorella Lila.

Questo getta potenzialmente un nuovo chiarimento sul testo indiano tradizionale che dice che “quando esplode il muro, TUTTO è UNO e TUTTO esce da ME.  E se la parete si ricostituisce, col beneplacito di Maya, tutto è ancora luce”  (tratto da “Stances de la cloison illusoire”).

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Sirius


Coloro che cercano, cerchino finché troveranno.
Quando troveranno, resteranno turbati.
Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto.

 

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