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"E' in corso uno sforzo concentrato per prevedere e gestire il comportamento umano in modo che gli scienziati sociali e l'elite dittatoriale possano essere in grado di controllare le masse e proteggersi dalle ricadute di un'umanità libera completamente risvegliata. Solo risvegliandoci ai loro tentativi di metterci a dormire noi abbiamo una possibilità di preservare il nostro libero arbitrio."
Nicholas West


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Giù le mani dalla
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SCIAMANI E CAVALIERI

SCIAMANI E CAVALIERI

Teatto da: http://www.simmetria.org/
di: Paolo Galiano

SCIAMANI E GUERRIERI: UN’UNICA ORIGINE?

Interessanti e notevoli somiglianze ed analogie, non solo simboliche ma anche tecnico-operative, possono essere riscontrate tra lo sciamanesimo euroasiatico e la classe guerriera nell’ambito delle popolazioni indoeuropee, con particolare riguardo per colui che Cardini chiama con significativa tautologia “l’uomo armato a cavallo”, il cavaliere.

Le origini dello sciamanesimo, di cui qui tratteremo solo i principii essenziali, illustrandoli con i testi che sono stati recuperati dalle tradizioni orali dei popoli della vasta area delle steppe euroasiatiche e della Siberia[1], si confondono con i primi segni della presenza dell’uomo fin dal Paleolitico, e le prove a tale riguardo vanno facendosi sempre più precise e numerose con l’estendersi degli studi e l’ampliarsi dei ritrovamenti; come afferma Eliade: “L’esistenza di un certo tipo di ‘sciamanesimo’ in epoca paleolitica sembra accertata… L’homo faber era anche homo ludens, sapiens e religiosus”[2]. Il fatto che lo sciamanesimo come tecnica dell’estasi mediante strumenti musicali, canti e (almeno in alcuni casi) sostanze psicotrope sia presente dalla preistoria fino ai popoli cosiddetti “primitivi” ancora esistenti in tutti i continenti, dall’Eurasia all’Africa, dalle Americhe all’Oceania, conferma come esso sia una “forma”, un carattere distintivo dell’essere umano, il quale reagisce dovunque in modi analoghi quando entra in contatto con certe forme del Sacro.

 

Lo sciamanesimo non costituisce una religione ma è un complesso di credenze e di esperienze aventi come base tecniche estatiche e come fine non la salvezza individuale o altre motivazioni religiose ma un risultato concreto, la guarigione di un individuo malato o l’aiuto per il defunto ad entrare nell’Aldilà, o, ancora, la prosperità di un villaggio o di un popolo. Per fare questo lo sciamano[3], come vedremo, passa attraverso un rituale di iniziazione che gli consente di operare con strumenti di offesa come la spada e il tamburo (chiamato “la mia corazza di ferro[4]) e di difesa quale l’abito che indossa; viaggia, grazie alle sue capacità di entrare in uno stato di estasi e con la collaborazione di uno o più “aiutanti”, o mediante la sua metamorfosi in uno di essi, attraverso i mondi superiori ed inferiori entrando in contatto con spiriti benigni e malvagi; incontra i morti per avere notizie su di loro da riportare ai familiari ma anche per conoscere da essi eventi futuri e spiegare il significato di eventi passati; cura gli infermi andando alla ricerca della loro “anima” malata; protegge i raccolti e il bestiame della comunità e garantisce la riproduzione sia degli umani che del bestiame; combatte, se necessario, contro gli spiriti avversi o contro altri sciamani suoi “nemici”.

Ciò che non sappiamo è “chi” sia stato lo sciamano prima del periodo a cui noi possiamo risalire[5]: le stesse popolazioni eurasiatiche sono consce della decadenza dello sciamano dalla sua potenza originaria[6] e, d’altra parte, gli studi dell’Antropologia Culturale e della Storia delle Religioni su questo particolare soggetto che è stato definito “il signore dell’estasi” iniziano nella seconda metà del 1800, e quindi ciò che è stato possibile raccogliere per iscritto è una tradizione orale non solo tarda ma anche passata attraverso i contatti con cristianesimo, islamismo e buddhismo, almeno per le regioni meridionali dell’area euroasiatica in cui lo sciamanesimo è meglio conosciuto e che costituiscono la fonte più importante di documentazione. La conoscenza di questi dati ha reso possibile riscontrare elementi più o meno consistenti di sciamanesimo sia nelle culture situate a sud delle steppe uralo-altaiche, dall’Europa atlantica e dall’Ellade arcaica all’Iran e all’India fino al Tibet e alla Cina, sia, per l’età più vicine a noi, nelle popolazioni che migrarono dall’Eurasia verso l’Europa centrale e poi meridionale (quelli che chiamiamo i “popoli delle invasioni barbariche”).

Ma tutto ciò, ripetiamo, non ci consente di ricostruire le forme più antiche di sciamanesimo, quello che già nel Paleolitico troviamo attestato nelle pitture e nei graffiti documentati nelle grotte e nei ripari coperti studiati in Germania[7]FIG. 1, Spagna, Francia e Italia come in Russia; non possiamo in questo àmbito approfondire ulteriormente l’argomento ma ci limiteremo ad esporre un’ipotesi: se, come vedremo, i caratteri distintivi dello sciamano sono quelli di un capo con caratteri sacrali che dirige il suo clan (o un aggregato più vasto) a livello magico-religioso e sociale, poiché da lui dipende anche la prosperità materiale del gruppo attraverso la protezione degli uomini e degli animali domestici, ciò potrebbe far pensare che ci si trovi di fronte al “residuo” di un più antico Re-Sacerdote di un Ciclo precedente, appartenente a quella Tradizione localizzata nel Nord della Terra di cui tutte le tradizioni parlano.

Ma, come vedremo più avanti, alcuni aspetti riguardanti il guerriero consentono di supporre che questa Tradizione più antica, di cui lo sciamanesimo potrebbe costituire solo il “ricordo” presente nei territori subpolari euroasiatici (come in altre parti del mondo), possa essere la stessa da cui è nata la classe dei guerrieri.

Possiamo così ipotizzare un passaggio per cui dal Re-Sacerdote primordiale si sia arrivati a forme più o meno decadute, ma pur sempre tradizionali, di figure prevalentemente ”magico-sacerdotali” rappresentate dallo sciamano e figure prevalentemente “regali”, rappresentate dal guerriero, e in modo eminente come diremo più avanti dal cavaliere, figure aventi ambedue la stessa matrice originaria, quindi tecniche iniziatiche, strumenti e modalità di azione affini anche se non identiche.

In effetti la presenza di elementi sciamanici nel guerriero, considerato che, come si è detto, lo sciamanesimo può esser fatto risalire ai primordi della comparsa dell’uomo, consente di affermare la coesistenza dei prototipi del guerriero e dello sciamano in un’età in cui il rapporto con il Sacro si manifestava nella forma più pura e la figura del Re-Sacerdote era “in atto” e non ancora ricordo di un’età scomparsa; a seguito della decadenza del Ciclo, le funzioni del Re-Sacerdote si sarebbero separate e le due parti derivanti avrebbero conservato elementi comuni dipendenti dall’unica fonte originaria, per cui segni distintivi dell’uno si ritrovano nell’altro e viceversa.

Se, “volendo utilizzare gli schemi di Georges Dumézil, le tradizioni sciamaniche, nella loro grande maggioranza, si sarebbero raccolte intorno alla figura mitica del Sovrano terribile[8], nel guerriero sono rimaste le impronte originarie dell’altro aspetto del Sovrano: seguendo gli schemi di Dumézil sulla tripartizione sociale dei popoli indoeuropei, se lo sciamano partecipa della Prima funzione essendo più vicino a Varuna, il Sovrano Mago che “lega” con la magia i suoi nemici, il guerriero partecipa sia della Prima, in quanto rientra nella sfera di Mithra, il Sovrano Ordinatore, sia della Seconda, come figura terrena di Indra, il Guerriero Divino.

Data l’antichità del momento di cui stiamo parlando, il Paleolitico Medio e forse ancora più indietro nel tempo, possiamo ipotizzare che in una fase iniziale le due figure, sciamano e guerriero, portassero in sé componenti delle funzioni del Sovrano-Mago-Sacerdote mescolate perché ancora non completamente divise: in questa fase lo sciamano ha in sé del guerriero ma è prevalentemente sacerdote-mago, il guerriero è prevalentemente guerriero ma con una ritualità in parte comune con lo sciamano. Solo in seguito vi sarebbe stato un passaggio ad una più netta divisione delle funzioni tra i due: il guerriero sviluppò una sua via con iniziazioni e riti suoi propri, lo sciamano sarebbe andato invece decadendo perdendo o comunque riducendo i suoi caratteri sacerdotali, come attestano le stesse fonti orali dei popoli sud siberiani, fino a divenire non più capace come Abaris di volare a cavallo di una freccia o di sedurre le fiere come Orfeo[9].

 

LO SCIAMANO NEL MONDO EUROASIATICO

Lo sciamano FIG. 2 agisce come mediatore tra il suo popolo e le potenze supere ed infere che agiscono nel mondo perché è “qualificato” a svolgere tale attività, o per propria vocazione (spesso, ma non in modo esclusivo, conseguente ad una malattia o uno stato epilettico o catalettico dal quale egli guarisce per propria volontà o con l’aiuto di sciamani) o per eredità familiare, qualifica che viene confermata attraverso un periodo più o meno lungo, in genere anni, di preparazione e successivamente con un rito iniziatico eseguito su di lui da uno o più sciamani o, in alcuni casi, autorealizzato.

Lo sciamano è allo stesso tempo il divinatore, il medico, il mago della caccia, lo psicopompo che accompagna il defunto nel suo viaggio nell’Aldilà, solo in alcuni casi è il sacerdote che compie l’offerta per conto del gruppo cui appartiene, come nel caso del rito del Sacrificio del cavallo[10]. Parliamo genericamente di “gruppo”, perché egli può agire per conto del suo clan, della tribù o più in generale per i singoli individui, di qualunque clan o tribù, che chiedano il suo intervento.

L’azione rituale dello sciamano presso i Tungusi[11] è chiamata nimngakān, termine molto importante in quanto nella loro lingua significa sia “seduta sciamanica”, sia “racconto, mito”, sia “tempo antico, tempo mitico”: con una sola parola i Tungusi ci dicono che il rito dello sciamano è attuazione di un mito del tempo primordiale, confermando così indirettamente la derivazione dello sciamano da una Tradizione precedente.

-          L’iniziazione dello sciamano

La preparazione dello sciamano si attua con metodi che si diversificano nei differenti popoli, ma in particolare richiede l’apprendimento di una “lingua segreta”, fatta di parole che a volte nemmeno lo sciamano stesso sa tradurre (come nel caso degli inni “nella lingua degli Dèi” cantati presso il tempio-tomba di Gengis Khan in Mongolia[12]), ma anche il “linguaggio” degli animali, specie di quelli con cui lo sciamano ha uno speciale rapporto, quali il cavallo, la renna, l’orso, il lupo, l’aquila ed altri uccelli (tra gli Yakuti il tuffolo, la beccaccia e il cuculo[13]). Scrive Mastromattei[14]: “È impossibile pensare allo sciamanismo classico senza le figure dell’orso e dell’aquila che si presentano costantemente sia nei miti che nei culti con ricca iconografia. L’orso e l’aquila non sono semplicemente spiriti adiutori, ma antenati o doppi sciamani: sono animali fieri e sapienti, atti a combattere”. Sottolineiamo il rapporto dello sciamano con l’orso, visto che questo animale nella cultura dei Celti è per eccellenza il simbolo del Re, si pensi al nome stesso di Artù, collegabile ad arktos, orso; non meno importante quello con il lupo, che si ritrova nei due lupi che accompagnano il Sovrano-Mago Odhinn e nei “guerrieri-lupo” su cui torneremo.

L’iniziazione giunge al suo culmine con un rituale di smembramento, il che ricorda il mito fondante dei Misteri Dionisiaci: se qui Dioniso fanciullo è fatto a pezzi dai malvagi Titani[15], per lo sciamano il rito si compie per mano di spiriti malvagi, gli abāsï. Nei residui di sciamanesimo rimasti nei racconti del folklore magiaro il futuro sciamano, di solito dopo tre giorni di digiuno assoluto in stato catalettico, viene ucciso e tagliato a pezzi che vengono bolliti in un calderone in modo da separare le ossa dalla carne, ossa che vengono poi riunite per mezzo di ganci di ferro in modo che l’iniziato possa rinascere, il che spesso avviene in forma di aquila o di altro uccello; questo perché, almeno per i Magiari, “lo squartamento ha lo scopo principale di accertare la presenza di ossa in sovrappiù nell’iniziando e di constatarne il numero, giacché dalla loro quantità dipende la potenza di uno sciamano[16].

Il calderone magiaro ha funzione analoga al calderone celtico, nel quale vengono gettati i guerrieri morti perché ritornino in vita: nei miti che concernono i guerrieri che ritroviamo nei racconti epici sul dio-corvo Brân-Brennos i caduti in battaglia vengono resuscitati nel calderone chiamato Peir Dadeni[17].

La particolare simbologia dell’osso è legata alla sua mineralità petrosa, che ne fa la più elementare forma di vita: “Il simbolismo della cultura sciamanica – scrive D’Anna – considera l’osso una sorta di riduzione del più intimo ‘essere’ dello sciamano alla minima consistenza possibile, quella della dimensione minerale ed ossea percepita come corrispondente allo stato incondizionato della coscienza e come la scaturigine primaria della vita[18].

Non diverso è il simbolismo legato a Luz, del quale scrive Guénon ne Il Re del mondo[19], nome del luogo che, dopo la lotta con l’Angelo, Giacobbe chiamerà Beth-El: qui fiorisce un mandorlo alla cui base vi è un ingresso nascosto attraverso il quale si entra nella “città sotterranea” (il collegamento con l’ermetico Vitriol ci sembra troppo evidente perché siano necessarie ulteriori spiegazioni). In ebraico però con luz si indica sia il mandorlo o il suo frutto che “una particella corporea indistruttibile, rappresentata simbolicamente come un osso durissimo, alla quale l’anima resterebbe legata dopo la morte e sino alla resurrezione”, “osso” che costituisce un “nocciolo d’immortalità”, come dice Guénon, ed è localizzato nella parte inferiore della colonna vertebrale, analogamente alla Kundalini indù.

La ricerca nell’iniziando dell’“osso in più”, a parte il simbolismo legato allo squartamento e alla riduzione a scheletro, è anche la prova a cui egli viene sottoposto per confermare che abbia la qualifica necessaria per essere un vero sciamano.

-          Il vestito

Due elementi del corredo dello sciamano richiedono una particolare attenzione: il vestito e il tamburo.

Per quanto concerne il vestito, esso è oggetto di una speciale attenzione, per cui sono necessari specifici canti rituali per renderlo adatto al suo scopo. Presso i Turchi del sud della Siberia lo sciamano recita questo canto: “Tre anni io ho atteso e vegliato / ora il mio vestito è pronto alla fine / nella fase della luna, proprio alla luna piena, / il mio vestito da sciamano di pura seta bianca, / le sette spine dorsali del mio vestito[20]. L’accenno alle “sette spine dorsali” non viene spiegato esplicitamente[21], ma crediamo si possa mettere in rapporto con l’elemento più importante del vestito: esso infatti è ricoperto di placche di ferro, secondo una testimonianza diretta per un peso di un centinaio di chili[22]: “Era uso degli sciamani turco-mongoli coprire la propria veste d’ornamenti di ferro, fitti talvolta fino a nasconderla del tutto. Tali ornamenti erano amuleti nei quali lo sciamano teneva prigionieri gli spiriti affinché lo servissero e lo difendessero, o talismani contro i loro agguati[23].

L’analogia che Cardini pone tra la veste dello sciamano e la corazza del cavaliere catafratto sarmata appare altamente probabile, dato lo scopo analogo che esse avevano: “Il rumore prodotto dagli ornamenti ferrei durante la danza sciamanica è un momento fondamentale nella tecnica di soggiogamento degli spiriti, e viene quasi spontaneo il pensare al frastuono delle armi del cavaliere che urtano tra loro durante l’attacco… uno degli elementi che più contribuiscono a fare del guerriero a cavallo un personaggio intorno al quale aleggia una sorta di orrore sacro”; le azioni dello sciamano e del cavaliere si pongono su piani solo apparentemente differenti: “Guerriero e sciamano, guerra e lotta contro gli spiriti, nemico militare e sovrannaturale potenza da soggiogare venivano confrontati e assimilati tra loro. Ogni guerra diveniva in tal modo un bellum sacrum, ogni battaglia una psicomachia[24].

-          Il tamburo-cavallo

Altrettanto importante è l’altro elemento necessario allo sciamano per compiere la sua opera: il tamburo FIG. 3. Esso è lo strumento musicale necessario a propiziare l’estasi, entrare in contatto con gli spiriti benigni e catturare quelli maligni[25], ma è anche la cavalcatura rituale con cui lo sciamano compie i suoi viaggi nei mondi superiori e inferiori, per cui esso viene equiparato sotto tutti gli aspetti ad un cavallo, e lo sciamano lo “cavalca” materialmente, prima per domarlo e poi tenendolo tra le gambe durante il “viaggio”.

Il tamburo deve corrispondere a specifiche caratteristiche: presso gli Yakuti[26] il legno deve essere di un larice di otto rami (otto è un numero sacro nell’àmbito sciamanico) che sia rivolto verso est, punto cardinale positivo per gli Yakuti (ma non per tutti i popoli delle steppe), e la sua pelle è di un animale che deve avere tre anni (più raramente si parla di due o di quattro anni). Una volta costruito, il tamburo deve essere “animato” e vi sono canti specifici per questo rito, ad esempio presso gli Yakuti: “Trasformo il tamburo rotondo, ne faccio un cavallo possente / trasformo e creo dal tamburo un cavallo veloce”; una volta animato, il tamburo-cavallo deve essere domato: “Ti ho proprio superato, ti ho vinto, tamburo! / … Sei definitivamente un cavallo domato[27].

Esso è non solo cavalcatura rituale ma anche difesa dai nemici: “E quando gli sciamani in folla si raccoglieranno contro di noi / tu, tamburo, sii una corazza di ferro! Tu, audace, divieni una protezione di ferro![28].

Presso i Turchi sud-siberiani, il nuovo tamburo è fatto in legno di cedro, deve essere domato come un cavallo e viene chiamato anche “mio cavallo-cerva femmina, mio cavallo-orso[29].

Il significato del tamburo come cavallo risulta particolarmente evidente nello sciamanesimo magiaro, nel quale la parola tàltos indica sia il cavallo magico, che lo sciamano adopera nei suoi viaggi, sia lo sciamano stesso[30].

-          Gli animali coadiutori

Come si è detto, nella preparazione all’iniziazione lo sciamano deve imparare la “lingua degli animali”: “Dappertutto nel mondo imparare il linguaggio degli animali e, per primo, quello degli uccelli equivale a conoscere i segreti della Natura… Impararne la lingua, imitarne le voci equivale a poter comunicare con l’Aldilà e con i Cieli[31]. Il particolare rapporto tra sciamano e animali, renna, cavallo, orso, lupo, aquila, ci riporta ad una Età dell’Oro, ad un Paradiso terrestre in cui uomo e mondo naturale erano in stretta simbiosi e l’uomo sapeva “comprendere” gli animali: “Al principio, vale a dire nei tempi mitici, l’uomo viveva in pace con gli animali e comprendeva la loro lingua. Solo in seguito ad una catastrofe primordiale, paragonabile alla ‘caduta’ della tradizione biblica, l’uomo è divenuto quello che attualmente è: mortale, sessuato, obbligato a lavorare e in conflitto con gli animali[32].

Tra gli animali sciamanici il cavallo è il più importante; presso gli Altai è oggetto di un sacrificio[33] che si svolge per tre sere di seguito presso una tenda appositamente eretta, al centro della quale si trova una betulla, simbolo dell’axis mundi, alla quale vengono fatte sette tacche, corrispondenti ai sette cieli che lo sciamano salirà durante l’estasi mistica per parlare con gli spiriti e portare i loro responsi agli uomini che assistono alla cerimonia. Il cavallo da sacrificare, che può essere maschio o femmina, è scelto dallo stesso sciamano, il quale pone sul suo dorso una coppa di legno mediante cui si trarrà l’auspicio se l’animale sia o meno adatto al sacrificio. Il rito è dedicato a Ülgän, divinità suprema degli Altai, a cui si chiede protezione: “Tu che hai concesso tutto il bestiame, / non consegnarci agli spiriti malvagi, / tu che hai fatto ruotare il cielo stellato mille e mille volte, / non condannare i miei peccati”.

Altra cerimonia che ha per oggetto il cavallo (ma anche altri animali) è la “ongonizzazione” (parola derivante dalla europeizzazione del termine usato dai Buriatiadaha ongolxu, “trasferimento di uno spirito nell’animale”[34]), cioè la sua offerta ad uno spirito, cerimonia con cui l’animale diviene non solo potente ma anche apportatore di abbondanza, come nel rito dell’Açvamedha e del corrispondente romano dell’Equus October[35].

-          La protezione della comunità

Tra i riti che lo sciamano compie per conto del singolo o del gruppo per cui agisce ve ne sono alcuni che comportano la lotta contro gli spiriti malvagi o contro sciamani avversari, lotta dal cui risultato derivano il benessere e la prosperità della comunità: “Il tàltos [lo sciamano dei Magiari]sovente si trova a dover lottare contro avversari che vorrebbero impedirgli di raggiungere lo scopo a cui tende e che potremmo genericamente identificare con il bene e la sicurezza del gruppo sociale a cui appartiene[36].

Ad esempio presso gli Evenchi, un sottogruppo dei Tungusi, nel rito per la ricerca dell’anima del malato lo sciamano deve superare otto ostacoli e quando giunge nel luogo in cui si trovano le anime deve lottare contro lo spirito wali, uno spirito malvagio: “In seguito ci misureremo nella lotta / spirito wali. / Io non sono da meno, / da meno di te. / Per quanto forte tu possa essere, / tu e la tua astuzia, / spirito della malattia / ora con te con otto spade / mi batterò[37]. Sottolineiamo l’uso della spada da parte dello sciamano: la sua battaglia contro gli spiriti non si realizza solo con i canti magici ma anche con l’atto guerriero del combattimento.

Che questa battaglia contro spiriti o sciamani avversari comporti benefici anche materiali per il gruppo per il quale lo sciamano opera lo possiamo riscontrare ad esempio nella Invocazione alla Bianca Pietra di Solingūd[38]: “Xān del fuoco e delle acque! / concedete lunga e durevole felicità! / Benedite i nostri cavalli, il nostro bestiame, / così che valli e vallette non possano contenerlo! / Benedite coloro che noi mettiamo al mondo e educhiamo, / così che le nostre terre non possano più contenerli!”.

 

 

GLI SCIAMANI DEL FERRO: I FABBRI

Sottolineiamo il rapporto della tradizione sciamanica con le società di fabbri, poiché come si è potuto vedere molti degli strumenti dello sciamano, quali gli ornamenti rituali del suo vestito e del tamburo e la sua spada, sono oggetti magici la cui preparazione dipende dal fabbro.

Il fabbro è assimilato dalle popolazioni eurasiatiche allo sciamano, e “per importanza il mestiere del fabbro viene subito dopo la vocazione di sciamano… I fabbri hanno il potere di far guarire e perfino di predire l’avvenire[39], azioni che sono proprie dello sciamano.

Come il lavoratore dei metalli in tutte le civiltà tradizionali riveste un ruolo divino o semidivino, così nell’Eurasia troviamo una situazione analoga, i fabbri sono spiriti (tengri) o comunque esseri inviati dagli spiriti sulla terra e fanno dono dei poteri che questi hanno loro affidato agli uomini, di cui sono protettori; per gli Yakuti il maestro dei fabbri è il fabbro infernale K’daai Maqsin, il quale ha il potere “di aggiustare le membra spezzate o amputate degli eroi[40] (come il Dio-fabbro Lug riporta in vita i caduti in battaglia per mezzo del suo calderone magico), il che pone in rapporto diretto il fabbro e il guerriero.

Presso i Buriati i fabbri sono considerati i progenitori degli uomini: “Progenitori da cui abbiamo tratto origine, / progenitori da cui siamo nati[41]; sono distinti in “bianchi” e “neri” e detengono il potere dei tengri che li hanno inviati. Il più importante di essi è il padre dei nove fabbri maschi e dell’unica femmina, la quale ha la facoltà di cacciare gli spiriti malvagi gettando contro di loro scintille infiammate; egli ha lasciato sulla terra la pietra sacra (bumal) usata come incudine (“Una pietra caduta dal cielo / avete per incudine”) e allo stesso tempo come sacro oggetto per mezzo del quale hanno luogo le iniziazioni dei fabbri.

I fabbri divini esercitano un’azione protettrice contro i ladri e i lupi, ma anche generatrice di ricchezza e prosperità: “Allontanate quanto abbia del nero, quanto abbia del grigio, / conducete qui quanto è buono, quanto è bello! / Davanti a noi siate la vigilanza, / dietro di noi siate l’ombra![42]. In Eurasia non sembra attestata una funzione mantica come per i fabbri sacri dell’Ellade arcaica, quali i Cabìri, i Calìbi, i Telchinii e gli Oannes.

 

Una breve digressione sull’origine e sul ruolo delle corporazioni dei fabbri consentirà di vedere ulteriori connessioni fra questi e lo sciamanesimo[43]: l’arte della metallurgia sembra aver avuto inizio dal ramo meridionale dei Popoli delle Steppe che erano giunti sull’altopiano iranico e dal nord-est della Persia essa si sarebbe diffusa verso oriente in India e nell’Asia centrale, ad occidente verso l’Anatolia e a nord nel Caucaso e nel Tauro, regioni ove intorno al XII sec. a.C.[44] avrebbe avuto inizio la lavorazione del ferro estrattivo; prima dell’utilizzo del ferro estrattivo si adoperava ferro di origine meteoritica e questo contribuì certamente a dare un significato sacrale al metallo: lo dimostra il suo nome presso popoli differenti, per i quali esso era un metallo divino, “metallo celeste” per i Sumeri e “rame nero del cielo” per gli Egiziani[45], connessione tra ferro e cielo che ritroviamo presso i Greci, visto che sideros, “ferro”, si collega al latino sidus, sideris “stella”.

Come i fabbri dello sciamanesimo eurasiatico discendono dal cielo tra gli uomini, presso altre culture troviamo fabbri fondatori di civiltà, come il cinese Yu, l’iranico Kavi e il greco Prometeo, che portò agli uomini il fuoco civilizzatore necessario alla lavorazione dei minerali; vi sono fabbri anche tra gli Dèi, dal greco Hephaistos al latino Volcanus al celtico Lug, il quale ha tra i suoi attributi anche quello di fabbro, o tra i personaggi del mito come il finnico Ilmarinen, “l’artigiano eterno” che nella sua fucina crea il Sampo, il calderone dell’abbondanza[46], o il semita Tubalcain, discendente di Caino, “istruttore di ogni aguzzatore del rame e del ferro[47].

L’arte del fabbro è di per sé un’azione magico-religiosa, e lo stesso fabbro è dotato di facoltà sovrannaturali ed opera, come lo sciamano, per mezzo del canto sacro: “accompagna il suo lavoro con carminache sono canti e al tempo stesso formule magiche, è poeta, musico, mago… La recitazione del carmendurante la forgiatura fa pensare ad una tecnica cronometrica oltre che ad una tradizione rituale. Le formule recitate servivano a misurare i tempi di lavorazione?[48].

La connessione tra arte del fabbro e riti iniziatici si riscontra nel modo più evidente nei Misteri dei Cabìri, i Grandi Dèi dell’isola di Samotracia dei quali troppo poco ci è noto (come d’altronde avviene, il che è giusto, per tutti i veri Misteri) e, poiché Samotracia era abitata da popolazioni di origine tracia, essi sarebbero stati portati da questo popolo, propaggine occidentale dei Popoli delle Steppe[49]. Accanto alla funzione iniziatica, i Grandi Dèi avevano anche una funzione mantica, che si esprimeva attraverso l’uso di anelli metallici forgiati da altri fabbri sacri, gli Oannes.

Dall’antichità ci sono state tramandate notizie di altre fratrìe di fabbri in qualche modo connesse con il Sacro: tra di esse dobbiamo citare quella dei Calìbi, la cui abilità nella lavorazione del ferro era così famosa che il ferro viene chiamato “calìbo” da Eschilo ne I sette contro Tebe; la loro origine era frigia, lidia o più probabilmente transcaucasica[50], e questo ci riporta alle regioni dei “Popoli delle Steppe”. La fama dei Calìbi potrebbe essere giunta fino all’alto Medioevo se, come alcuni autori suggeriscono, il nome della spada Excalibur deriverebbe da ensis ex Calìbis, “spada (forgiata) dai Calìbi”, ipotesi affascinante per chi, come noi, ritiene che la prima origine della Cavalleria vada ritrovata nella regione di origine delle popolazioni indoeuropee.

 

I GUERRIERI E LA TRADIZIONE SCIAMANICA

Il “tipo” del guerriero condivide con il “tipo” dello sciamano l’antichità delle origini, come sopra si è detto, ed ha in comune con questo alcune rilevanti funzioni, dovute secondo noi alla comune fonte di derivazione; il che non vuol dire che guerriero e sciamano vadano identificati stricto sensu, poiché sciamano e guerriero hanno avuto uno sviluppo differente ed infatti Eliade rileva che “sono esistite anche magie e tecniche dell’estasi di struttura non-sciamanica, come ad esempio la magia dei guerrieri… L’iniziazione di tipo guerriero (eroico) per la sua struttura si distingue dalle iniziazioni sciamaniche[51].

Le culture europee nelle quali è più evidente il rapporto di connessione esistente tra il mondo sciamanico e quello dei guerrieri sono due: l’Ellade arcaica ed i Popoli dei Cavalieri, per cui tratteremo separatamente i due argomenti.

Un efficace confronto tra le funzioni dello sciamano e quelle del guerriero lo dà Mastromattei: “Il primo tratto essenziale è proprio quello della condizione eroica [dello sciamano] nel suo complesso, caratterizzata da un rapporto con la iatromanzia, il mondo dei morti, la caccia con esseri teriomorfi e genericamente mostruosi – spesso educatori ed allevatori – e viaggi in luoghi lontani e perigliosi, condotti di norma a buon fine con l’aiuto di esseri extraumani di varia origine, funzione ed aspetto…[nonché]un rapporto con la guerra, gli agoni e il duello, con una particolare ferocia, con il travestitismo, l’ermafroditismo[52]ed altre singolarità sessuali. A tutto ciò va aggiunta una varia e multiforme condizione estatica. Questa condizione, fondamentale e primaria nello sciamanismo, è particolarmente saliente nella sfera eroica nella forma del furore guerresco[53].

I rapporti tra tradizione sciamanica e letteratura epica sono stati affrontati in passato da alcuni Autori[54], ma qui ci limiteremo a prendere in esame per l’area europea due personaggi ben noti delle opere di Omero, Achille e Odisseo, il che ci consentirà di vedere come ancora nell’epoca micenea fossero viventi ed attuali i legami tra due mondi apparentemente così distanti nello spazio. Non bisogna dimenticare che la tradizione dell’Ellade arcaica trova le sue origini nel mondo pregreco del Nord: Orfeo come Dioniso, dai quali procede una sapienza tradizionale che giungerà fino a Pitagora[55], sono detti venire dalla Tracia, la regione tra il Mar Nero ed il Caspio dove nel I millennio a.C. si insedieranno le tribù degli Sciti, provenienti dalle steppe dell’Eurasia e portatori della cultura dei Popoli dei Cavalieri.

 

Fin dalla nascita Achille[56] è segnato da elementi che possiamo ricondurre allo sciamanesimo: in uno dei miti concernenti le tecniche adoperate dalla madre Teti per renderlo immortale vi è quella per immersione nel fuoco (come nel rito che compie Demetra sul piccolo Demofonte, o Trittolemo a seconda delle versioni del mito), nel corso della quale il fanciullo perde un osso del piede, che deve essere sostituito con un osso tolto ad uno dei Giganti[57]. Duplice il significato di questo mito: se da un lato esso, come abbiamo visto, si ritrova in uno dei rituali di iniziazione dello sciamano, che prevede la sua bollitura nel calderone e la riduzione a scheletro per individuare l’osso soprannumerario caratteristico del vero sciamano, dall’altro sembra adombrare una trasmissione sapienziale dal mondo dei Giganti all’Età degli Eroi tramite la persona di Achille.

Lo stesso mito di Dioniso smembrato dai Titani sembra potersi correlare a quanto abbiamo detto: lo smembramento del fanciullo da parte dei sette Titani e la bollitura dei pezzi in un calderone[58], oltre ad un evidente rapporto con i rituali di iniziazione sciamanica, sembra anche mettere in evidenza il fatto che i Titani sono per questo motivo gli iniziatori del Dio; come lo smembramento dello sciamano è in molte culture eurasiatiche dovuto a spiriti malvagi, gli abāsï, anche qui i Titani ricoprono il ruolo dei “cattivi”, ma la loro azione è necessaria non solo per la deificazione del fanciullo (il quale, nato da Zeus e da una donna, era solo un semidio e non un Dio) ma anche per la generazione degli uomini, creati secondo il mito da Zeus a partire dalla cenere in cui aveva ridotto i Titani. Essi “appaiono come i signori di un ordine sacro ormai scomparso, che reggendosi su sette ‘pilastri’ suppone una diversa sistemazione del quadrante celeste… Sono i patroni di un ordinamento cosmico che verrà sostituito da quello retto dai dodici Dèi dell’Olimpo[59].

Un secondo elemento di carattere sciamanico concerne l’educazione di Achille, affidata (come per Odisseo) al centauro Chirone: anche qui possiamo rilevare un duplice significato, perché se Chirone, in quanto uomo-cavallo, è uno di quegli esseri teriomorfi a cui lo sciamano si accompagna e che lo aiutano nelle sue imprese rituali, egli è proprio un cavallo, cioè l’animale strettamente collegato allo sciamano come cavallo-tamburo ma anche al guerriero nella sua qualità di cavaliere o, nel caso degli eroi omerici, di conduttore di biga; d’altronde è comune nell’Iliade come nell’Odissea l’attributo di “domatore di cavalli” dato agli eroi. Chirone ha anche un’ulteriore funzione: egli aveva portato a Peleo come dono di nozze, dopo averlo aiutato nell’impresa per conquistare la mano di Teti, una lancia di frassino, “l’arma dei Gigantes e il simbolo dei guerrieri selvaggi che avevano popolata la terza età esiodea… una catena iniziatica retta su fondamenti dottrinali molto variegati ma che ha attraversato con continuità il mondo guerriero ellenico dai tempi preolimpici fino agli eroi omerici[60], conferma anche questa della successione ininterrotta della Tradizione primordiale nordica alla classe dei guerrieri.

Da questo punto di vista è interessante che, secondo un frammento di Aristotele[61], sia da attribuire ad Achille e non al troiano Pyrrikhos, compagno di Enea nel viaggio verso la Terra di Saturno, la danza pirrica (πυρρίχη), che Achille avrebbe eseguito per primo intorno alla pira (πύρα) di Patroclo: da danza e canto funebre la pirrica diventerà nel mondo greco e latino la danza dei guerrieri, eseguita a Roma dai sacerdoti Saliari di Marte, abbigliati con vestiti arcaici risalenti all’Età del Bronzo[62].

Il racconto fatto da diversi autori, sia pure tardivi, sull’occultamento di Achille nell’isola di Skyros per non prendere parte alla guerra contro Troia suggerisce ulteriori accostamenti alla figura dello sciamano. Il re che lo accoglie a Skyros è Lycomedes, un “re lupo”, e il lupo è l’animale che fa parte della schiera degli “aiutanti” dello sciamano. Il re è probabilmente anche un maestro delle iniziazioni, se si esamina con attenzione ciò che ci si rivela sotto le apparenze della poesia di Ovidio[63]: Achille è inviato dalla madre Teti alla corte di Lycomedes travestito da donna e con un nome femminile, Pyrrha, ma viene scoperto da Ulisse, il quale lo induce con uno stratagemma a prendere le armi per partecipare alla guerra; ci tro­viamo di fronte ad un residuo, travestito da favola, del rituale arcaico se­condo cui un giovane (Achille aveva diciotto anni[64]) si veste in abiti femminili prima di essere iniziato come guer­riero, il che conforta l’idea di Lycomedes come iniziatore, o della sua isola come sede di iniziazioni guerriere. Oltre all’elemento iniziazione, qui ritroviamo anche l’elemento travestitismo-ermafroditismo che, a detta di Mastromattei, è una delle caratteristiche dello sciamanesimo.

Una volta pervenuto, grazie all’azione di Odisseo, al compimento della sua iniziazione guerriera, Achille lascia le vesti ed il nome femminile che aveva fino ad allora e realizza la condizione di guerriero e sovrano, in quanto re dei Mirmidoni: la sua morte nella guerra di Troia si configurerebbe, sulla base di questa interpretazione iniziatica, come un vero e proprio sacrificio di “quanto di meglio” aveva l’Ellade, analogo per certi aspetti al sacrificio del cavaliere romano Mettio Curzio al Lacus Curtius del Foro[65]. D’Anna infatti interpreta la morte di Achille non come un semplice evento della guerra ma con un preciso significato sacrale: “Il sacrificio dell’eroe-re invincibile che è appena giunto al culmine dell’itinerario iniziatico non può che avere un significato mistico. La sua morte è una vera e propria offerta sacrificale che coscientemente evoca un potere vittoriale[66].

È quella mors triumphalis che crea un ente spirituale a sé stante, la Vittoria, di cui parla “Abraxa”: “La vittoria di un duce fu considerata nell’antica tradizione romana come una divinità indipendente, la cui vita misteriosa si faceva centro di un culto speciale. E feste, giochi sacri, riti e sacrifici erano destinati a rinnovarne la presenza… Ogni vittoria crea un ente, che dal destino e dall’individualità dell’uomo mortale da cui si trasse è ormai disgiunto. Forza che è virtualmente principio di una influenza efficace e di una ‘tradizione’ nel senso magico e tecnico[67].

 

Esaminiamo ora alcuni caratteri dell’altro eroe, Odisseo, analogo per molti versi ad Achille e come lui strettamente connesso al mondo sciamanico: se Achille ha come maestro iniziatico il re Lycomedes, il “lupo”, Odisseo è iniziato dal nonno materno Autolykos, cioè “colui che è lupo in sé”, il quale dà al nipote il nome Odisseo, che si interpreta come “colui che si adira, colui che si infuria”, nome che indica lo stato di “guerriero furioso” che caratterizza talune forme di guerriero indoeuropeo ed in particolare ci riporta all’ulfhedhinn, il guerriero-lupo (lett. “veste di lupo”) che affianca o si confonde con il più noto bersekir, il guerriero-orso. Due animali, lupo ed orso, che abbiamo visto tra gli adiutori dello sciamano, il quale è anche in grado di trasformarsi in uno degli animali che gli sono propri, trasformazione che in questi guerrieri diventa la causa del loro furor, in quanto non sono semplicemente vestiti con la pelle del lupo ma sono il lupo. “Il guerriero vestito di pelle d’orso, ‘entrato nell’orso’, sarebbe a sua volta la ‘pelle’, l’involucro dell’orso che gli rugge dentro: insomma, un posseduto o se si vuole un orso dall’aspetto umano… La parentela tra guerrieri-orso e guerrieri-lupo è così stretta che i due termini sembrano intercambiabili… Le fonti ne sottolineano l’invulnerabilità, la violenza, la mancanza di pudore e di senso morale, l’insano amore per l’orgia[68], tutte qualità “eccessive” che appartengono alla figura del guerriero, colui che si situa sul limite tra ordine e disordine, che deve difendere l’ordine anche se a volte la sua stessa azione è causa di disordine. Come scrive Dumézil: “Il guerriero, proprio perché si pone ai margini o al di sopra del codice, si aggiudica il diritto di graziare e il diritto di infrangere[69], per questo egli è partecipe di Mithra, la Legge divina, e di Indra, il furor guerriero.

Odisseo ha stretto rapporto non solo con il lupo ma anche con l’aquila, altro animale che aiuta lo sciamano portandolo in volo a superare gli ostacoli del suo viaggio o in cui lo stesso sciamano è capace di trasformarsi; nel sogno che Penelope racconta nel Libro XIX dell’Odissea (vv. 545-550) il suo sposo è l’aquila che uccide i Proci-oche, e l’aquila stessa dice: “Non sogno, / questa visione è reale, che si avvererà: / l’oche i tuoi pretendenti e io ti ero aquila prima, / ma ora torno e sono il tuo sposo legittimo”.

Altro carattere distintivo di Odisseo è il suo rapporto con l’arco, l’arma con la quale compie l’eccezionale prova che gli consente di sterminare i Proci, e l’arco e la freccia sono ambedue strumenti sciamanici: come ricorda Porfirio[70] lo sciamano Abaris aveva la capacità di volare su di una freccia donatagli da Apollo Iperboreo, e l’arco presso le popolazioni euroasiatiche è adoperato come strumento musicale magico a corda unica, anzi presso gli Yuraki il tamburo sciamanico viene anche chiamato “arco cantante[71]. La funzione mantica dell’arco presso questi popoli è stata studiata da Dioszegy[72]: esso è adoperato o ascoltando il suono della corda o guardando nel fuoco tenendo lo sguardo lungo la corda dell’arco o ancora contando le oscillazioni della corda; queste tecniche di divinazione con l’arco sono conosciute anche nel Nepal[73].

Il viaggio agli Inferi di Odisseo narrato nel Libro XI è un’ulteriore prova delle sue capacità sciamaniche: egli può entrare in contatto con i morti per mezzo di un sacrificio cruento e parlare con essi, ricevere informazioni sul passato e sulle loro vicende terrene ma anche sul futuro, come quando Agamennone gli predice il ritorno alla sua Itaca; lo stesso fa lo sciamano quando entra in contatto con l’Aldilà per avere dai morti informazioni sul passato e sul futuro.

In conclusione, ancora nel mondo miceneo a cui appartengono gli eroi di Omero è ben presente la traccia di un rapporto con la tradizione sciamanica euroasiatica, a testimoniare la loro appartenenza ad una classe che è insieme guerriera, iniziatica e sapienziale, forse “residuo” di una forma arcaica di Re-Sacerdote che è pervenuta da una Tradizione di un’epoca precedente fino alle soglie del mondo classico. Questo particolare “tipo” di guerriero raggiunge la sua forma più completa con la classe dei Cavalieri, non a caso nata negli stessi luoghi in cui vissero i “signori dell’estasi”, come gli antropologi moderni definiscono gli sciamani.

 

IL CAVALIERE E LO SCIAMANO

Due sono le ipotesi più accreditate circa il luogo e le modalità di origine della Cavalleria: la tesi “classica” la fa derivare dalle popolazioni delle steppe euroasiatiche, mentre la più recente afferma la loro origine da popolazioni celtiche originariamente residenti nell’Europa atlantica. Se è più nota la prima tesi, che si basa sulla concezione di progressive espansioni a partire dal periodo eneolitico di una stirpe indoeuropea dalla regione tra Caucaso ed Urali verso l’Europa e il territorio indoiranico, la seconda merita di essere conosciuta per taluni suoi risvolti interessanti, quali l’idea dell’esistenza di uno sciamanesimo europeo paleolitico indipendente da quello euroasiatico, le cui ultime propaggini sarebbero da vedersi nei Troubadours medievali.

-          La teoria dell’Invasione Calcolitica

Le stirpi che abitarono la steppa euroasiatica, la vasta regione nella quale fiorì lo sciamanesimo, sono fondamentalmente distinguibili in due popolazioni di diversa razza e lingua, l’una di gruppo indoiranico e l’altra uraloaltaico: nell’Età del Bronzo una linea verticale passante tra gli Urali e gli Altai avrebbe costituito il confine ideale tra di esse. Una così precisa divisione a partire dall’Età del Ferro non è più possibile, poiché la commistione tra queste culture avvenne gradatamente col passare dei secoli, e, ad esempio, nell’area della Mongolia, zona uraloaltaica, sono state ritrovate numerose stele note come “Stele del Cervo”,con stilizzazioni di animali tipiche della Cultura dei Kurgani, espressione di popolazioni protoiraniche e protoindoeuropee.

Le prime prove archeologiche dell’esistenza di una cultura di cavalieri nelle steppe euroasiatiche risale al V millennio con la Cultura protoindoiranica di Sredny Stog, a nord del Mar d’Azov tra i fiumi Dnieper e Don: presso questo popolo si hanno le prime prove certe dell’addomesticamento del cavallo, iniziato tra il 4000 e il 3500 a. C. circa. Sono le prime manifestazioni del Rittervölk, il Popolo dei Cavalieri, il quale nei secoli successivi sarà l’origine di successive ondate di invasioni sia verso Occidente che Oriente[74].

Con la successivaCultura di Andronovo, che si sviluppò tra il II millennio e la metà del I millennio nella regione degli Urali, abbiamo la prima testimonianza del carro da guerra con ruote a raggi e dell’esistenza certa di guerrieri a cavallo come casta specifica: presso il confine con il Kazakhstan è stata scoperta presso il lago di Krivoe Ozero una tomba risalente al 2060 a.C., contenente la sepoltura di un guerriero accompagnato da punte di frecce e di lancia e da due cranii di cavallo (equipaggio di una biga o cavalli sacrificati in onore del defunto?). Lo stesso tipo di inumazione con uomo e cavallo insieme è ancora attestata molti secoli più tardi anche in Italia, dalle tombe di guerrieri di origine germanica del V sec. a.C. scoperte presso Padova[75] FIG. 4 fino alla necropoli longobarda di Vicenne presso Campobasso risalente al VII sec. d.C.[76]. FIG. 5

La Cultura di Andronovo avrà la sua prosecuzione con Cultura di Sintashta, considerata una vera e propria società protoiranica, e le successive culture degli Sciti e poi dei Sarmati in occidente e dei seminomadi dell’Altai in oriente, culture che entrarono in contatto con la Grecia da un lato e la Cina dall’altro[77]. La successiva espansione di questi popoli e la pressione esercitata sulle tribù minori determinerà le cosiddette “invasioni barbariche” ed il passaggio in Europa occidentale di quella che potremmo chiamare “l’ideologia cavalleresca”.

-          La teoria celtica

Questa seconda tesi presenta alcuni aspetti a nostro avviso controversi: l’esistenza presso i Celti di una vera e propria cavalleria è confermata da reperti archeologici, quale la raffigurazione di guerrieri celtici a cavallo sul fodero di una spada di Halstatt del V sec. a.C.[78], ma ancora nel IV sec. a.C. essi adoperavano la tattica del combattimento su carro trainato da cavalli[79], proseguendo l’uso degli eroi omerici; inoltre è necessario ricordare che, almeno per quanto concerne l’VIII sec. a.C., abbiamo a Roma la presenza di una cavalleria del tutto indipendente da quella celtica, dato che Romolo istituisce il corpo degli equites tre secoli prima dell’arrivo dei Celti in Italia[80].

Che la cavalleria romana fosse una vera cavalleria e non, come taluni sostengono, una sorta di “fanteria a cavallo”, la quale compiva solo azioni di pattugliamento e di incursione entrando in azione a piedi in caso di scontro, lo conferma Dionisio d’Alicarnasso, di­cendo che gli equiteserano cavalieri lì ove il terreno era adatto al com­battimento di cavalleria e fanti dove il luogo era aspro e impraticabile per i cavalli[81]; nel descrivere i Castores che guidano i cavalieri con­tro i Latini nella battaglia del Lago Regillo, scrive che “i due cavalieri… si erano posti a capo della cavalleria romana, colpendo con le lance i Latini che li attaccavano e costringendoli ad una fuga disordinata[82]: si tratta di una carica di cavalleria vera e propria, in cui l’abilità del cava­liere era dimostrata dalla capacità di usare la lancia pur non avendo le staffe con cui tenersi saldo in sella, e forse proprio questo esercizio co­stituiva una delle prove di abilità che il giovane doveva compiere nella Equorum Probatio per essere ammesso nella classe degli equites[83].

Notizie circa l’uso della lancia stando a cavallo le dà anche Livio, sia a proposito dello scontro al lago Regillo, quando Marco Valerio, lanciatosi a cavallo contro i nemici, “con forza scagliò un giavellotto su Tarquinio[84], sia nel riferire come la causa della guerra contro i Galli del 391 a.C. fu il fatto che “i legati romani presero le armie Quinto Fabio, lanciatosi a cavallo dalla schiera, uccise il comandante dei Galli trafiggendolo nel fianco con la lancia[85]. Quindi era nell’addestramento degli equites l’uso della lancia stando a cavallo e non combattendo a piedi come un fante.

Secondo la “teoria celtica” i centri di origine della Cavalleria sarebbero due: “Contemporaneamente alla cultura kurgan(altaica) e a quella della Ceramica a Cordicelle (CC) - Asce da Combattimento (AC)[86](germanica-baltica), la cavalleria, intesa come insieme strutturato di valori, tecniche, mentalità, compare e si consolida nel corso del III millennio in una fascia atlantica di popolamento celtico comprendente la Penisola iberica nord-occidentale, la Bretagna e le attuali isole britanniche”; da questa regione, caratterizzata dalla Cultura del Vaso Campaniforme (VC) e dalle successive culture di Halstatt e di La Téne nell’Età del Ferro, si sarebbe sviluppato quell’insieme di caratteri che costituiscono il nucleo centrale dell’“essere cavaliere”: “È da questi gruppi celtici che i Germani hanno assunto verosimilmente le innovazioni tecnologiche e gli altri aspetti legati alla cavalleria: solo in questo modo, tra l’altro, si spiegano le origini celtiche di numerosi termini del mondo cavalleresco germanico”, tra cui lo stesso sostantivo ritter, cavaliere.

Per questa teoria, che rientra nell’àmbito di quella che è chiamata dai suoi propugnatori la “Teoria della Continuità Paleolitica” (PCT), “le principali culture centro-europee erano già differenziate in epoca quantomeno neolitica. Secondo la PCT, infatti, gli Indoeuropei non sarebbero arrivati (come vorrebbe la teoria dell’Invasione Calcolitica, che fa incominciare il processo nel IV millennio a.C.) dalle steppe come pastori-guerrieri… ma sarebbero gli eredi delle popolazioni che si trovano in Europa da sempre, cioè da quando Homo sapiens sapiens si è diffuso nei vari continenti del Vecchio Mondo nel Paleolitico, provenendo dall’Africa”. In tal modo “nel quadro della PCT, la cavalleria nasce turco-mongola (e non iranica) con i kurgan, ma diventa, contemporaneamente, europea centrale e plurilingue con la cultura delle AC e del VC”.

Questo aspetto della continuità della presenza dell’uomo in Europa come “indoeuropeo da sempre” è indubbiamente di particolare interesse, anche perché verrebbe a cadere quella distinzione tra società indoeuropea e preindoeuropea o mediterranea cara a molti Autori del XX secolo.

Il problema dell’origine della figura del cavaliere porta con sé anche quello dell’origine dell’addomesticamento del cavallo: se la teoria indoeuropea afferma su solide basi archeologiche che nella regione tra il Dnieper e il Volga sia avvenuta la prima addomesticazione del cavallo selvatico, la teoria celtica controbatte con dati glottologici, in quanto “il fatto che esista un unico nome [del cavallo] si lascia interpretare come un indizio che esso designava in origine il cavallo selvatico… l’analisi dei resti equini del periodo calcolitico (quando cioè – intorno al 4000 a.C. – si sarebbe dovuta avere la supposta invasione indeuropea a cavallo) mostrano che i cavalli erano a quell’epoca di taglia piccolissima, simili per intendersi agli attuali ponies”[87].

Se, come affermano i sostenitori della PCT, i primi indizi della comparsa del cavaliere vanno trovati nella Cultura del Vaso Campaniforme, i tratti caratteristici di essa confermano alcuni aspetti del “tipo” del cavaliere: l’uso di bevande alcooliche, assunte con il particolare calice che dà il suo nome a questa cultura e che consente di ipotizzare l’esistenza di una società basata sul maschio; l’importanza del cavallo, il cui allevamento si estendeva dall’Irlanda e dalla Spagna all’Olanda e all’Ungheria; l’ideologia della guerra come valore fondamentale, e di conseguenza l’importanza della metallurgia; lo spiccato individualismo, per cui le inumazioni erano singole e non, come quelle dei popoli precedenti o contemporanei, multiple.

 

Sia l’una che l’altra teoria confermano l’esistenza di uno stretto rapporto tra lo sciamano e il cavaliere, nella teoria calcolitica come conseguenza diretta dell’ambiente in cui la Cavalleria nacque, essendo le steppe eurasiatiche la “patria” naturale dello sciamanesimo, nella teoria celtica sulla base di dati prevalentemente archeologici: “Una possibile connessione con rituali di tipo sciamanico [è] testimoniata da alcune decorazioni simboliche presenti in reperti campaniformi… Proprio il VC, da questo punto di vista, rappresenterebbe un importante, ulteriore riscontro di tipo archeologico alla tesi di uno sciamanismo indeuropeo”. Gli elementi che secondo Benozzo costituiscono le caratteristiche della Cultura del Vaso Campaniforme“preannunciano modi di organizzazione e concezioni che saranno tipici della cavalleria medievale, anch’essa profondamente legata all’importanza ideologica della guerra, alla centralità del cavallo, al carattere elitario dei gruppi, all’individualismo, al maschilismo, alla mobilità e – certamente – al rituale sciamanico”.

Il rapporto tra sciamano e cavaliere trova i punti di contatto più salienti nell’uso e nel significato del ferro, rappresentato sia dalla spada, che ambedue adoperano, sia dal vestito, che nel caso dello sciamano è coperto da placche o da amuleti di ferro e potrebbe costituire l’equivalente dell’armatura del cavaliere, sia dal tamburo, che è per lo sciamano quello che il cavallo è per il cavaliere.

-          Il ferro e la spada

Tra i centri più importanti di estrazione e lavorazione del ferro vi era la regione del Caucaso, coincidente con l’area centrale dei Reitervölker, e la spada usata dallo sciamano è la stessa arma sacra ai cavalieri delle steppe, al punto che essa è figura del loro Dio, come scrive Ammiano Marcellino: “Presso di loro [gli Alani] non si trovano templi o santuari, ma onorano devotamente solo una nuda spada piantata in terra secondo un rito barbaro, simbolo del loro Dio della guerra[88].

Il simbolo religioso della spada confitta nel terreno e oggetto di un culto”, afferma Cardini[89], è un residuo ancora presente nel folklore caucasico e germanico dei primi secoli dopo Cristo, e, aggiungiamo noi, per lo meno fino al XII sec. d.C. in Italia, perché questo rito è il vero significato della spada che il cavaliere Galgano Guidotti infigge nella roccia di Montesiepi dove ora sorge la celebre Rotonda di San Galgano: non, come vuole la tradizione corrente, un facsimile della Croce a cui rivolgere umili preghiere di pentimento per la passata vita dissoluta, ma simbolo della sua condizione cavalleresca, ereditato dagli antenati germanici[90].

Il simbolo della spada nella roccia di Galgano è molto complesso e ci porterebbe troppo lontano esaminarlo a fondo: qui ricorderemo soltanto che l’assimilazione della spada alla croce non è un fatto pietistico ma, soprattutto nel Medioevo, un fatto di ordine cosmico, in quanto la spada e la croce hanno lo stesso significato di axis mundi. Come la spada veniva seppellita insieme al cavallo nella tomba del cavaliere, così alla base della croce del Cristo nelle raffigurazioni della Crocefissione si vede un cranio (e la stessa parola Golgota significa “teschio”): il cranio ebbe presso i Reitervölker fino ai più tardi popoli “barbarici” un rilevante significato (basti pensare al cranio di Mimir che nell’Edda è la fonte della sapienza), espresso anche dall’uso di conservare il cranio del valoroso avversario (da questo deriva il noto “Bevi Rosmunda nel cranio di tuo padre”, segno di onore per il nemico ucciso).

Si ha così un concatenarsi di simboli, spada del cavaliere – albero su cui sale lo sciamano per giungere ai cieli superiori - croce piantata nel Cranio del Calvario, che hanno tutti il significato di “mettere in ordine gli elementi cosmici” e al tempo stesso rifondare la storia, così come appare soprattutto nell'iconografia del cristianesimo celtico.

Quando la Cavalleria sarà posta sotto il controllo della Chiesa, che assumerà nei suoi Pontificali il rito di adoubement del nuovo cavaliere sostituendosi all’originario rito per cui “cavaliere fa cavaliere”, la sacralità della spada sarà confermata dall’inserzione nell’impugnatura di una reliquia. D’altronde, la spada ha di per sé un carattere sacro perché ha la forma di una croce, il che suscita una domanda interessante:“Non sarà che nella mentalità e nella memoria collettiva dell’Europeo uscito dalle Völkerwanderungen la spada non èsacra in quanto cruciforme, ma semmai diventa cruciforme appunto perché ègià di per sésacra?[91].

-          Il tamburo e il cavallo

Il centro di diffusione [del tamburo sciamanico] cadrebbe nella regione del lago Baikal[92], cioè coinciderebbe con la regione che fu la culla del Popolo dei Cavalieri, dove sono state trovate le prime tracce di uno stretto rapporto tra l’uomo e il cavallo: anche questo spiegherebbe il particolare rapporto tra tamburo e cavallo che risulta così evidente nello sciamanismo.

Il significato del tamburo-cavallo che porta lo sciamano nei suoi viaggi attraverso i tre mondi si ritrova, come abbiamo detto sopra, nei guerrieri omerici guidatori del carro da battaglia e “domatori di cavallo”, che hanno per iniziatore l’uomo-cavallo Chirone, ma esso presenta analogie ancora più complete e complesse nel caso del cavaliere: per questi il cavallo è il compagno in vita, come cavalcatura che lo conduce in battaglia, e in morte, in quanto sacrificato e deposto accanto al suo padrone, come testimoniano le tombe dei cavalieri dal II millennio a.C. almeno fino al VII sec. d.C.; è l’animale celeste nella coppia cavaliere-cavallo, santificata nel cristianesimo nella figura di San Giorgio che combatte il drago[93], ma anche infero, protagonista della discesa del cavaliere nel mondo dei morti, come ad esempio nella leggenda di Soslan della tribù degli Osseti caucasici, discendenti degli Alani[94], e riveste un ruolo demonico (secondo la tardiva interpretazione cristiana) nelle “cacce selvagge” che percorrono di notte le foreste incantate, residuo folklorico della cavalcata delle Walkirie che sui loro candidi cavalli prendono con sé gli eroi caduti, divenendo alla fine figura stessa del demonio trasformatosi nel cavallo che rapisce Teodorico per portarlo all’Inferno.

-          Il cavaliere come difensore della comunità

Si è detto di una delle funzioni dello sciamano quale protettore della sua gente: egli combatte contro i nemici, che siano spiriti o sciamani avversari, per difendere il clan a cui appartiene non solo simbolicamente ma anche realmente, con la spada in pugno, e giustamente Steiner definisce questa sua particolare azione come “la caratteristica di paladino della sua gente, che conferisce allo sciamano un ruolo sociale insostituibile nell’àmbito della cultura in cui egli opera[95]: il termine “paladino” ci sembra quanto mai corretto, perché analogo è il comportamento del cavaliere, il quale combattendo con la sua spada contro le forze materiali del male, invasori o predoni che siano, consente al suo popolo di vivere senza pericoli e di prosperare. Questa particolare funzione è ancora esplicitamente ricordata nella Benedictio novi militis del Pontificale Romano nella benedizione della spada: “Degnati di benedire questa spada, che egli desidera cingere, affinché possa essere il difensore della Chiesa, delle vedove, degli orfani e di tutti i servitori di Dio contro la crudeltà dei pagani e degli eretici e sia terrore e paura per tutti coloro che lo insidiano”.

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Ma non è solo in questa serie di corrispondenze e di analogie tra le funzioni e gli strumenti usati dai due “tipi” dello sciamano e del cavaliere che possiamo trovare la base del rapporto tra di essi, è a nostro avviso più importante l’aura di sacralità che emana dal cavaliere ad affermare la sua diretta discendenza dalla figura del Re-Sacerdote di un Ciclo più antico: “Il guerriero montato sul grande cavallo da guerra e coperto di ferro era una forza inarrestabile in un’èra di uomini e animali denutriti e di scarso metallo forgiato, ma egli compendiava in sé antichi miti non dimenticati, violente esperienze di un passato prossimo e nuove meravigliose e tremende immagini religiose[96].

L’apparizione di questa potente figura si accompagna sempre ed ovunque ad uno stretto e particolare rapporto con il Sacro, e non è quindi un caso che sia un Cavaliere l’unico uomo che possa portare a compimento la ricerca del Santo Graal.

 

BIBLIOGRAFIA

BENOZZO Radici celtiche tardo neolitiche della cavalleria medievale, in “Quaderni di semantica” 28 2007, pagg. 461-486 (estratto: pagg. 1-18)

CARDINI Alle radici della Cavalleria, Firenze 1981

CARDINI Cavalleria medievale, le sue origini come problema di cultura medievale, in “Archeologia medievale”, III 1975

D’ANNA Da Orfeo a Pitagora, Roma 2010

D’ANNA Achille, Odisseo e i “guerrieri lupi”, in “Arthos” n° 21, 2012

DUMEZIL Il libro degli Eroi, Milano 1969

ELIADE Storia delle credenze e delle idee religiose, 2 voll., Firenze 1979

GALIANOLe origini della Cavalleria, in “Atti del Convegno La guerra, i Templari e gli altri cavalieri”, Simmetria n° 11

GALIANO Galgano e la Spada nella roccia, Roma 2007

MARZATICO e GLEISCHNER Guerrieri, principi ed eroi, Trento 2004

MASTROMATTEI La freccia di Odysseus, in “Quaderni urbinati di cultura classica, Nuova Serie”, 29 – 2 1988

SCARPI Le religioni dei Misteri, 2 voll., Milano 2002

STEINER A. Sciamanesimo e folklore, Parma 1980

Testi dello sciamanesimo (a cura di Marazzi), Torino 1984 (Milano2 1990)

 



[1] Per quanto concerne lo sciamanesimo, poiché è complicato cercare di definirlo e delimitarlo nell’àmbito di un articolo, rimandiamo ai numerosi testi sull’argomento e in particolare al noto saggio di ELIADE Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, il poderoso e ponderoso del grande studioso rumeno, dove è messo in evidenza come i principii basilari dello sciamanesimo siano in realtà presenti in tutto il mondo, segno che o ci troviamo di fronte ad una forma dello spirito connaturata all’essere umano o che in qualche modo esso sia giunto in tutte le terre emerse attraverso la progressiva diffusione dell’uomo, passando dall’Eurasia all’Africa per via di contiguità, nelle Americhe per mezzo dello stretto di Bering e dall’India attraverso la catena delle isole indonesiane fino all’Oceania.

[2] ELIADE Storia delle credenze vol. I pag. 19 e pag. 30.

[3] L’origine del termine tunguso shaman, entrato nella terminologia etnologica, dovrebbe derivare dal termine sanscrito sramana per “monaco” arrivato ai popoli centroasiatici attraverso il tocarico ṣamâne “monaco buddista”: questo non significa una dipendenza dello sciamanesimo tunguso dal lamaismo tibetano, perché “lo sciamanesimo tunguso non va considerato come una creazione del buddhismo”, ma solo la presenza di influssi, uno “stimolo “ del buddhismo sullo sciamanesimo (ELIADE Lo sciamanismo pagg. 526-528).

[4] Testi dello sciamanesimo (d’ora in poi Testi) pag. 304.

[5] D’ANNA in Da Orfeo a Pitagora pag. 183 accenna a questo problema: “Lo sciamanesimo nella forma che si è perpetuata fino ai tempi moderni presenta tutti i caratteri di un residuo crepuscolare scaturito da una religiosità arcaica”.

[6] “Secondo la tradizione buriate nei tempi antichi gli sciamani traevano direttamente il loro diritto divino dagli spiriti celesti… Questa credenza s’inquadra nella concezione generale della decadenza degli sciamani, concezione che si ritrova sia nelle regioni artiche che nell’Asia centrale; secondo tale concezione i ‘primi sciamani’ volavano realmente sui loro cavalli nelle nuvole e operavano miracoli che i loro attuali discendenti sono incapaci di ripetere” (ELIADE Lo sciamanesimo pag. 89).

[7] Il ritrovamento in una grotta abitata nel Paleolitico Superiore e Medio in Germania, databile ad un periodo tra 40.000 e 33.000 anni fa, di una statuetta raffigurante un uomo danzante con arti inferiori di tipo felino reperita insieme a strumenti musicali (flauti) conferma l’antichità dello sciamanesimo nel territorio europeo (MARZATICO e GLEISCHNER Guerrieri, principi ed eroi, Trento 2004 pag. 549).

[8] ELIADE Lo sciamanesimo pag. 405.

[9]Parlare di una successione cronologica di trasformazioni della Tradizione Primordiale indubbiamente è riduttivo ed “evoluzionistico”, ma per farci comprendere riteniamo utile portare il discorso su di un piano storico, consci di lasciare a chi è realmente capace la visione dell’argomento da un punto di vista più alto.

[10] Testi pag. 55.

[11] Testi pag. 488 nota.

[12] Testi pagg. 427-428.

[13] Testi pag. 298.

[14] MASTROMATTEI La freccia di Odysseus pag. 19.

[15] Afferma ELIADE che “la corrente mistica dionisiaca sembra avere tutt’altra struttura [rispetto allo sciamanesimo]: l’entusiasmo bacchico non rassomiglia affatto all’estasi sciamanica” (Lo sciamanesimo pag. 414), con il quale lo sciamanesimo, nelle sue forme “degenerate”, ha in comune l’uso di sostanze psicotrope come il myste bacchico fa uso del vino (e probabilmente anche di sostanze vegetali affini a quelle usate dallo sciamano); il mito-rito dello smembramento ci sembra risalire ad una forma di pensiero arcaico che potrebbe essere la comune origine dello sciamanesimo e del dionisismo.

[16] STEINER A. pag. 43; sullo squartamento rituale si vedano pagg. 39-44.

[17] BENOZZO Radici celtiche pag. 13; peir è termine di origine celtica significante calderone, da cui secondo l’Autore deriverebbe il nostro “paiolo”.

[18] D’ANNA Achille, Odisseo e i “guerrieri lupo” pag. 78.

[19] GUÉNON Il Re del mondo, Roma 1952, pagg. 56-63.

[20] Testi pag. 251.

[21] Il vestito degli sciamani tungusi (ELIADE Lo sciamanesimo pag. 173) porta sulla schiena strisce di stoffa dette “serpi” (uno degli animali che aiuta lo sciamano nel “viaggio”): forse le “sette spine dorsali” potrebbero riferirsi a questo.

[22] Così viene descritto il vestito di uno sciamano tunguso: “Lo si vede vestire un abito adorno di ferraglie del peso di più di duecento libbre, con ogni sorta di figure diaboliche” (Testi pag. 17).

[23] CARDINI Origini della Cavalleria.

[24] CARDINI Alle radici pagg. 56-57.

[25] Nelle cerimonie sciamaniche viene più volte fatto esplicito riferimento al gesto che lo sciamano compie per “catturare” dentro il tamburo gli spiriti, come ad esempio viene descritto nel commento al rito del Sacrificio del cavallo: “Ciascuno spirito, che egli invoca con formule di scongiuro alcune più lunghe ed altre più corte, gli risponde ‘Eccomi, sciamano!’ ed entra nel tamburo” (Testi pag. 65).

[26] Testi pag. 295 ss.

[27] Testi pag. 298-300.

[28] Testi pag. 304.

[29] Testi pagg. 242-245.

[30] STEINER A. pag. 27.

[31] ELIADE Lo sciamanesimo pag. 120.

[32] ELIADE Lo sciamanesimo pag. 121.

[33] Per il rituale e gli inni del Sacrificio del cavallo si veda Testi pagg. 55-86.

[34] Testi pag. 446.

[35] Sul parallelo fra la cerimonia induista e quella romana rimandiamo al relativo capitolo in GALIANO e VIGNA Il tempo di Roma, Roma 2013.

[36] STEINER A. pag. 67.

[37] Testi pagg. 485-486.

[38] Testi pag. 477.

[39] ELIADE Lo sciamanesimo pag. 499.

[40] ELIADE Lo sciamanesimo pag. 500.

[41] Testi pagg. 463 ss.

[42] Dove “ombra” ha il significato di anima da proteggere contro tutti i nemici (Testi pag. 526 e nota).

[43]Rinviamo, soprattutto per un esame approfondito dei Misteri di Samotracia legati ai fabbri Cabìri, al testo di SCARPI citato in Bibliografia.

[44] CARDINI Radici pag. 53.

[45] In egizio geroglifico le parole “rame” e “cielo” si scrivono con segni in parte differenti ma il loro valore fonetico è uguale: bia (GARDINER Egyptian grammar, Oxford 1999 pag. 564).

[46] Kalevala Runo X.

[47] Gen 4, 22 nella traduzione della Bibbia Tabor.

[48] CARDINI Alle radici pag. 55.

[49] Alcuni autori mettono invece in relazione i Cabìri con i Fenici, perché in fenicio kabbîr significa “grande”, appellativo proprio di questi Dèi (SCARPI vol. I pag. 6).

[50] CARDINI Alle radici pag. 55 nota 92.

[51] ELIADE Lo sciamanesimo pag. 405 e pag. 411.

[52] Il vestito dello sciamano tra gli altri ornamenti e amuleti di ferro porta anche “grandi placche tonde che figurano i seni della donna” (ELIADE Lo sciamanismo pag. 173); analogamente nel corso dell’iniziazione il guerriero porta vesti femminili e assume un nome di donna, come è il caso di Achille.

[53] MASTROMATTEI pag. 8.

[54] Ci riferiamo alle opere, risalenti agli anni ’70 ma sempre interessanti per i loro presupposti, di Chadwick e Zhirmunsky Oral epics of central Asia (1969) e di Hatto Shamanism and epic poetry in northern Asia (1970), riferentisi prevalentemente ma non esclusivamente ai miti epici dei Turchi e dei Mongoli dell’area euroasiatica.

[55] Sui legami tra orfismo, dionisismo e pitagorismo consigliamo D’ANNA Da Orfeo a Pitagora; l’Autore sottolinea come “[dell’] antico fondamento della spiritualità ellenica le dottrine orfiche sembrano aver costituito una componente di primaria importanza, che dava forte rilievo ad una ambientazione iniziatica rimasta lontana dalla sfera luminosa degli Dèi omerici” (pag. 46), dottrine orfiche le quali, secondo noi, sono di origine nordica e portano evidenti segni della cultura sciamanica, come si vede da taluni contenuti dello stesso mito orfico (ad es. il viaggio negli Inferi per riprendere Euridice).

[56] Per Achille ci riferiamo, salvo eventuali note, al lavoro di D’ANNA Achille e Odisseo.

[57] D’ANNA Achille e Odisseo pag. 77.

[58] Questo particolare del mito è riportato da Callimaco e Clemente D’Alessandria (D’ANNA Da Orfeo a Pitagora pag. 78), scrittori tardi rispetto al periodo di cui stiamo parlando, ma quanto da essi riportato è in linea con la tradizione sciamanica e costituisce solo un completamento assolutamente coerente con l’insieme del mito di base.

[59] D’ANNA Da Orfeo a Dioniso pag. 81. I “sette pilastri” sono i sette Titani del mito: Urano, Oceano, Ceo. Crio, Giapeto, Iperione e Kronos (D’ANNA pag. 82).

[60] D’ANNA Achille e Odisseo pag. 80. Il cavaliere sarmatico portava una lancia pesante e più lunga di una lancia normale, scrive Eliodoro (cit. in CARDINI Alle radici pag. 17): un ricordo dell’”arma dei Gigantes”?

[61] D’ANNA Achille e Odisseo pag. 81.

[62] Sui Saliari e la loro danza si veda GALIANO e VIGNA Il tempo di Roma pagg. 106-116.

[63] OVIDIO Metamorfosi XIII 161–170.

[64] Igino Fabu­lae XCVI.

[65] GALIANO e VIGNA Il tempo di Roma pag. 68 e nota 125.

[66] D’ANNA Achille e Odisseo pag. 92.

[67]“ABRAXA” La Magia della Vittoria, in Introduzione alla Magia, Roma 1971 vol. III pagg. 197-198; la sottolineatura è nel testo.

[68] CARDINI Alle radici pag. 79. Come osserva l’Autore, questo aspetto furioso del guerriero indoeuropeo si ritrova anche nell’India insulare nel guerriero malese posseduto dall’amok.

[69] DUMÉZIL Le sorti del guerriero, Milano 1990 pag. 121.

[70] PORFIRIO Vita Pith XXIX, 16.

[71] ELIADE Sciamanesimo pag. 174.

[72] MASTROMATTEI pag. 15.

[73] MASTROMATTEI pag. 16 nota 15.

[74] GALIANO Le origini della Cavalleria citato. Si veda anche l’articolo dell’Enciclopedia Treccani online L’Età del Bronzo nelle steppe eurasiatiche.

[75] MARZATICO e GLEISCHNER Guerrieri, principi ed eroi pag. 621.

[76]GENITO Sepolture con cavallo a Vicenne, in “Atti Congresso SAMI” 1997, il quale conferma l’origine di questo tipo di sepolture come pertinenti alla cultura dei Popoli dei Cavalieri: “Generalmente considerati relativi a credenze religiose, i seppellimenti con cavallo del medio-evo appartengono culturalmente in toto al mondo nomadico eurasiatico”; la presenza di questo tipo di inumazione farebbe pensare a guerrieri forse Àvari unitisi al popolo longobardo nella sua emigrazione verso occidente e in Italia.

[77] Rimandiamo a ALEKSEEV et al. Oro, il mistero dei Sarmati e degli Sciti, Milano 2001, il cui ricco corredo fotografico potrà dare un’idea dei tesori artistici di questi popoli.

[78] MARZATICO e GLEISCHNER Guerrieri, principi ed eroi pag. 51.

[79] CARDINI Alle radici pag. 13.

[80] Sulla formazione e sviluppo della cavalleria a Roma si veda GALIANO e VIGNA Il tempo di Roma pagg. 325-329.

[81] DIONISIO D’ALICARNASSO Ant rom II, 13, 3. L’uso della cavalleria appiedata è riportato da LIVIO Hist II, 20 nel resoconto della battaglia del lago Regillo, quando gli equites risollevarono le sorti dello scontro: “Vola il Dittatore alla cavalleria, scongiurando gli uomini perché, essendo i fanti esausti, scendano da ca­vallo ed entrino in battaglia. Obbedirono: balzarono di sella e si oppo­sero con gli scudi ai soldati ch’erano davanti alle insegne. La fanteria riprese immediatamente coraggio vedendo i giovani più nobili dividere con lei il pericolo, combattendo così come lei [a piedi]”.

[82] DIONISIO D’ALICARNASSO Ant rom VI, 13, 1. LIVIO, nel testo sopra citato, non parla dell’intervento dei Castores nella battaglia, ma si limita a dire che , dopo aver fermato i Latini, “ai cavalieri furono portati i cavalli perché potessero inseguire il nemico”.

[83] CARDINI Alle radici pag. 17 infatti nota il problema dell’assenza di staffe nel combattimento con la lancia: “L’elemento più problematico per noi consiste nell’equilibrio: come poteva il cavaliere, privo di staffe, abbandonare le redini e occupare le due braccia nella manovra della lancia rimanendo nel contempo saldamente impiantato in sella?”.

[84]LIVIO Hist II, 20.

[85]LIVIO Hist V, 35, 5.

[86] Si tratta di due culture dell’Europa centrale, “complessi emersi alla fine del IV millennio, che gli archeologi concordano nell’identificare, collateralmente a quella del Vaso Campaniforme, con le forze di cambiamento che prefigurano le forme sociali delle epoche storiche” (BENOZZORadici celtiche). Eccetto diversa indicazione, le citazioni in seguito riportate sono estratte da questo lavoro di BENOZZO.

[87] D’altronde in epoca storica e fino a tutto il Medioevo e l’inizio del Rinascimento le armate unne e mongole erano caratterizzate dall’uso di un cavallo di piccole dimensioni, il tarpan, ben lontano come misure dalla cavalcatura usata dal cavaliere europeo corazzato.

[88] AMMIANO MARCELLINO Res gestae XXXI, 2, 23.

[89] CARDINI Alle radici pag. 65.

[90] Su questo rimandiamo a GALIANO Galgano e la Spada nella roccia, Roma 2007, dove l’argomento è ampiamente trattato.

[91] CARDINI Alle radici pag. 66 nota 124.

[92] ELIADE Lo sciamanismo pag. 527.

[93] Per essere precisi, San Giorgio è preceduto almeno fin dal III sec. a.C. in Egitto dalla figura di Horus a cavallo che trafigge Seth-coccodrillo, come si può affermare in base ad alcuni amuleti e statuette ritrovati.

[94] Si veda DUMEZIL Il libro degli Eroi pagg. 110 ss.

[95] STEINER A. pag. 67.

[96] CARDINI Alle radici pag. 27.

Sirius


Coloro che cercano, cerchino finché troveranno.
Quando troveranno, resteranno turbati.
Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto.

 

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