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"E' in corso uno sforzo concentrato per prevedere e gestire il comportamento umano in modo che gli scienziati sociali e l'elite dittatoriale possano essere in grado di controllare le masse e proteggersi dalle ricadute di un'umanità libera completamente risvegliata. Solo risvegliandoci ai loro tentativi di metterci a dormire noi abbiamo una possibilità di preservare il nostro libero arbitrio."
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Il labirinto

Il labirinto

tratto da: https://sites.google.com

Simbolo ancestrale, presenza costante in molte culture, miti e religioni, così come nell’arte, il labirinto è affascinante proprio per la sua enigmaticità. Le sue chiavi di lettura sono molteplici: esso sfugge, in altre parole, ad una rigorosa definizione che ne chiarisca l’essenza. Sembrerebbe logico dire del labirinto che è un percorso difficile, ingannevole, tortuoso e pieno di meandri, in cui solo l’entrata è certa, ma non l’uscita. Eppure non è così. Non in tutti i labirinti ci si perde. Ne è prova il prototipo del labirinto, quello di Creta, il cui percorso è uno solo, non presenta scelte o bivi, è un corridoio unico che si avvolge a spirale. Umberto Eco, nella prefazione al “Libro dei Labirinti” di Santarcangeli, lo definisce unicursale, “un gomitolo a due capi”, che non presenta biforcazioni, va solo percorso, con l’unica difficoltà di rimanere in vita.
Ve ne sono altri due tipi: il manierista ed il rizoma. Il primo presenta “una struttura ad albero, con infinite ramificazioni”, difficile, ma non impossibile da percorrere, poiché anche qui una sola è la via per giungere al centro, con la differenza che ci sono più corridoi che partono da bivi. Bisognerà dunque trovare quello giusto, o tornare indietro per esplorarne un altro. Il secondo, detto anche rete infinita, “non ha termine teorico...può proliferare all’infinito”. In esso “anche le scelte sbagliate producono soluzioni ed insieme contribuiscono a complicare il problema”. È il labirinto moderno, in cui ci si può perdere, data la non unicità del percorso.

Il labirinto è un simbolo che resiste al mentale. L’uomo viveva in simbiosi con tutto questo.
Il simbolo del labirinto compare, assieme a dischi solari e spirali, fin dai tempi molto antichi. La spirale, oltre a rappresentare il corso del sole, è associata anche alla vita intesa come fertilità, dunque al grembo materno, e nel suo percorso ininterrotto evoca l’asse vita-morte-vita. Frequente nei graffiti preistorici, essa era di solito associata all’acqua, anch’essa simbolo di fertilità, quindi al sesso femminile. Questo ci conduce al Culto della Dea Madre, che ha origini antichissime, e nasce dall’osservazione del cielo, dove alcune costellazioni formavano la figura di una donna con attributi sessuali evidenti, gli stessi che ritroviamo, ad esempio, nelle statuette femminili di Catal Huyuk, in Turchia. Anch’esse evocavano il mito della Dea Madre, colei che assicurava la fecondità non solo alle piante, ma anche all’uomo, garantendone la rinascita dopo la morte.
Le statuette femminili di Malta si trovavano, oltre che nei templi megalitici, anche negli ipogei, (come quello di Hal Saflieni) accanto ai defunti. Questi, in posizione fetale, a simboleggiare quasi i semi nel grembo terrestre, erano accompagnati anche da molte incisioni spiraliformi: la vita non finisce mai, ma si rigenera di continuo. Questo è il simbolismo centrale del culto, che si riferisce evidentemente ad un tempo ciclico, che per i nostri antenati non era solo quello dell’apparire e scomparire all’orizzonte dei corpi celesti, dell’alternarsi delle stagioni e della precessione equinoziale. Infatti, poiché la terra rifletteva ciò che accadeva nel cielo, anche nella loro vita la concezione del tempo era ciclica. Si possono ricordare, infine, le figure femminili in argilla dell’epoca di el-Obe-id, nude, con delle incisioni a V nella zona pubica. In tutta l’Europa, già
25.000 anni fa, venivano manufatte statuine di donne incinte, con il petto e le anche molto arrotondati. I simboli associati al culto della Dea Madre richiamano la ciclicità anche nel loro dinamismo: spirali, cerchi, vortici, serpenti, tutti segni che non hanno nulla di lineare.

Il principio maschile e fecondante era affidato al toro, e la costellazione del Toro era situata esattamente sul fianco destro della Dea Madre in cielo. La fecondazione astrale garantiva quella umana, l’ordine cosmico, il ciclico percorso delle stelle, l’alternarsi delle stagioni, la crescita delle messi, la nascita di una nuova vita nel grembo materno.
Molte incisioni labirintiche sono state trovate in Val Camonica, e in tutta l’arte rupestre europea, in cui già compare il senso iniziatico del labirinto; in tali incisioni armi, combattenti, e dischi solari si abbinano; spesso la spirale o il labirinto sono rappresentazioni stilizzate di demoni; in alcuni casi i meandri rappresentano l’ovaia femminile; altre volte il centro è il volto stesso di un mostro, a significare il legame di continuità esistente tra la morte e la vita, la lotta che si deve intraprendere con i custodi degli inferi per riuscire poi a rinascere, sia in senso reale che figurato. In questo caso il labirinto è il mondo della morte: percorrerlo, giungere al centro, ed uscirne “nuovi” è un viaggio che non a tutti è concesso. L’idea di una selezione sottintende un percorso iniziatico, che solo alcuni, i prescelti, possono intraprendere. Ma il tema del viaggio verrà affrontato più avanti.
Spesso il viaggio nel labirinto è legato alla caverna, sempre intesa come mondo sotterraneo, tanto che nell’etimologia di molte lingue caverna ed inferno hanno la stessa radice. Ed ecco che il cerchio sembra chiudersi un’altra volta: la caverna è infatti il simbolo del grembo femminile. Inoltre, una delle etimologie proposte per il termine labirinto è labra, o laura, cioè caverna o galleria. Il labirinto, infatti, con i suoi meandri, richiama alla mente proprio il grembo materno, ed il difficile percorso che lo spermatozoo deve compiere per conquistare il centro, così come, a ritroso, indica il travaglio ed il parto, ossia il difficile viaggio che la nuova vita deve intraprendere per conquistarsi l’uscita.
L’andata rappresenta l’atto sessuale, l’ingresso, la penetrazione; il percorso è il raggiungimento dell’ovulo; la conquista del centro è la fecondazione. Al ritorno, il centro è la nuova vita; il percorso simboleggia il tragitto compiuto dal nascituro nelle viscere materne; l’uscita è chiaramente la nascita, ossia la vita che sconfigge la morte. D’altronde vita e morte riconducono al buio dell’antro: è nel buio del ventre materno che ha inizio la vita ed è nel buio che ha inizio la morte.
L’importanza del concetto di immortalità è lampante, e la spirale ne è un simbolo. La sua forma ricorda, come il filo di Arianna, il movimento del serpente, essere associato all’oscuro segreto del mondo sotterraneo. Il serpente (che caratterizzava spesso il volto delle statuette femminili) incarna alla perfezione il senso ciclico della vita e il concetto di rigenerazione, e non solo per il suo ca-ratteristico cambio di pelle.

Esaurire qui le tematiche collegate a questo animale è impossibile. Anche se il Cristianesimo ne ha evidenziato solo gli aspetti negativi, il serpente ha un doppio aspetto, e collega il regno della vita e della morte in modo indissolubile. Non solo è l’Uroboro che si morde la coda, in un cerchio che impedisce una fine; esso rappresenta anche il mondo degli Inferi in molte culture antiche, e quindi l’ignoto. È custode di sapienza, conosce il misterioso e le forze che si celano nella profondità della terra, con la quale è a stretto contatto, e può anche scatenarle per far tornare il caos. Per questo le antiche culture lo temevano e venerano allo stesso tempo, tanto da divinizzarlo. È importante ricordare che al rettile erano attribuite proprietà guaritrici (lo troviamo nel caduceo, emblema della medicina, nel quale i due serpenti attorcigliati conciliano ed armonizzano bene e male), che lo mettevano in relazione all’acqua, e che spesso i serpenti venivano raffigurati con la coda di un pesce.
Sempre restando nell’ambito del simbolismo, il labirinto è connesso alla croce. Quella a bracci uguali rappresenta l’universo con i 4 punti cardinali. La croce, nelle sue linee orizzontale e verticale, propone il dualismo (come, del resto, il labirinto: può essere liberazione o prigionia, male e rimedio) vita e morte, maschile e femminile, umano e divino, statico ed attivo, opposti che in essa diventano complementari, armonici nel punto di fusione che è il centro.
Il richiamo, per forma e significato, all’ascia bipenne, o “labrys”, una delle più accreditate etimologie del termine labirinto, è evidente. L’ascia bipenne era fondamentale a Creta, dove la troviamo raffigurata un po’ ovunque: è l’arma che uccide il mostro, ma può essere anche interpretata come la stilizzazione delle corna del toro. Oltre che come due bracci, però, la croce può anche essere letta come insieme di 4 semirette, o raggi di un cerchio, figura in cui non esiste né un inizio né una fine, l’universo nella sua perfezione, ed il suo centro è il punto in cui tutto nasce e torna. Essa rappresenta anche la continuità dell’uomo, poiché le sue braccia si possono prolungare all’infinito. Anche la croce egizia, la croce di Ankh, è il simbolo della vita e dell’eternità.

Uomo e cosmo, microcosmo e macrocosmo seguono la stessa via. Se poi si uniscono i 4 punti cardinali della croce si ottiene un quadrato, che con la sua stabilità indica la Terra: quadrato e cerchio, terra e cielo, vengono raffigurati insieme in tutte le culture. Valore fondamentale ha la svastica nelle sue due forme, ossia con i bracci rivolti verso destra o verso sinistra, che raffigurano il movimento delle stelle fisse e quello del Sole e dei pianeti. La croce uncinata è quindi un simbolo solare, così come la croce celtica, che si può facilmente riconoscere dalla ruota centrale.
Prima di proseguire nell’intricato intrecciarsi di simboli con significati interconnessi, è necessario parlare del labirinto per eccellenza, il più famoso, quello di Creta, abitato dal Minotauro, anche se con tutta probabilità si trattava del palazzo del re Minosse a Cnosso. Narra la mitologia greca che Zeus, colpito dalla bellezza di una fanciulla, Europa, assume le sembianze di un bellissimo e candido toro bianco. Europa si siede sul suo dorso e viene condotta per mare fino a Creta, dove partorisce Minosse. Il quale, divenuto re dell’isola, chiede al dio Poseidone una conferma del suo potere regale. Il dio manda allora un toro bianco da sacrificargli, ma il re lo tiene per sé, sacrificandone un altro al suo posto, e la vendetta del dio è immediata.
Per suo volere Pasifae, moglie di Minosse, s’invaghisce del toro e riesce ad accoppiarsi con l’animale celandosi all’interno di una finta mucca, creata da Dedalo. Da questo atto sessuale nasce il Minotauro, con la testa di toro ed il corpo umano, che Minosse rinchiude nel labirinto, la complessa struttura che lo stesso Dedalo fu incaricato di costruire. Quando il figlio di Minosse, Androgeo, viene ucciso ad Atene, Minosse muove guerra a questa città, ed impone ai vinti un tributo da pagare: 7 giovanetti e 7 fanciulle da dare in pasto al mostro. Teseo, figlio di Egeo, si offre volontario per liberare il suo popolo. Grazie ad un altro trucco di Dedalo e all’amore di Arianna, che gli dà il famoso filo da srotolare per poi ritrovare l’uscita, Teseo uccide il mostro.

Cosa soggiace a questo mito? Il prevalere della potenza attica su quella cretese, il riecheggiare nei giochi della Taurocatapsia (in cui dei giovani volteggiavano sulla groppa dei tori) del mito dei giovani divorati dal Minotauro, il riconoscere nel labirinto la reggia di Cnosso con i suoi infiniti corridoi e meandri, sono chiavi di lettura storiche, che non esauriscono però l’interpretazione del valore simbolico del labirinto, o dedalo, la cui valenza è certamente più oscura e complessa.
Nonostante sia inevitabile accostare il labirinto a Creta, esso attinge, come abbiamo gia' visto, a simboli ed idee primigenie: l'idea della morte, che nell'antichita' era spesso associata al labirinto, tanto che in Egitto venivano creati appositamente falsi percorsi, piste e corridoi, affinche' non si poitesse raggiungere la camera che custodiva il faraone defunto e se ne potesse cosi’ preservare il corpo, pronto ad affrontare il suo viaggio nell'oscurita' per poi rinascere. E forse l'idea del labirinto di Creta derivo' da questa usanza. Il primo vero labirinto pero' fu quello che fece costruire il faraone Amenemhet III, all'incirca nel 1800 a.C., di cui oggi restano solo le rovine e le testimonianze di Erodoto e di Strabone. Dalle loro descrizioni si evince che c'erano 12 cortili, circondati da un muro, all'interno dei quali si trovavano le sale "le une sotterranee, le altre sopra il suolo, 1500 in ciascun ordine" (Erodoto, Storie). Nella Geografia di Strabone si legge di "passaggi coperti con corridoi intricati e comunicanti, fatti in modo che senza una guida un estraneo non riesce a trovare la strada sia per entrare, sia per uscire". Anche nel labirinto cretese vi era una parte superiore, alla luce del sole e simbolo della vita, ed una sotterranea, alla luce della luna e simbolo della morte. Mancano le prove certe dell'esistenza del labirinto, che per molti altro non era che la stessa reggia di Cnosso, in cui due sono i simboli piu' frequenti: l'ascia bipenne e le corna del toro. La prima e' l'elemento maschile da associare a quello femminile della Grande Madre, allusione alla dualita', mentre il toro, piu' che un simbolo fallico, e' ancora da ricollegarsi al concetto di fertilita'. Il toro fu animale sacro presso molte civilta', a partire da quella mitica atlantidea; non solo a Creta o in Egitto, ma anche presso i Celti, che conoscevano il culto del Toro Tricorno.

Il toro e' mitizzato (lo stesso Gesu' Cristo viene definito "corno della salvezza" e spesso le sue corna si identificano con la Luna, che e' a volte divinita' maschile, a volte femminile, ed in questo realizza quella conciliazione degli opposti gia' citata per la croce. Nel mito lunare e' sempre incluso il concetto di fertilita', non solo umana, nel collegamento fra fasi lunari e ciclo mestruale, ma anche vegetale. Venere e Diana hanno sul capo la falce lunare e anche Demetra, nei Misteri Eleusini, dea degli inferi e della fertilita', richiama ancora il culto della Dea Madre. Nell'inno omerico a Demetra si legge: "senza la morte non ci sarebbe procreazione...nella nascita stessa e' all'opera la morte". Non puo' essere un caso che Europa, ossia "faccia larga", sia uno degli epiteti della luna, quella luna che spesso compare ai piedi della Madonna. Molte tesi collocano il labirinto presso la grotta di Gortina, dove una serie di cunicoli di molti chilometri sfociano alla fine di una sorgente, nell'acqua (fertilita'). Eppure sulle monete di Gortina non v'e' traccia del labirinto. Esso compare sulle monete di Cnosso, che sono pero' di epoca posteriore, e raffigurano sempre dei labirinti unidirezionali, con 7 avvolgimenti a spirale, ovvero 6 piu' il centro, che ricordano la descrizione che Platone fa di Atlantide, con i suoi cerchi di acqua e di terra. A proposito di Atlantide, il culto ed il rito del toro sono strettamente legati al dio Poseidone (iol toro bianco di Creta doveva essere sacrificato a lui). Forse questo non basta ad identificarlo nel Grande Dio Toro, "sposo" della Dea Madre, ma di certo il suo simbolo, il tridente, potrebbe essere una stilizzazione del toro tricorno dei Celti. Il dedurre che il culto della Dea Madre e del Toro derivi da Atlantide resta solo una congettura. Si puo' pero' affermare che nel tridente si vede un corpo con le braccia alzate, la stessa postura in cui viene ritratta la Grande Madre mentrre regge dei serpenti; vi si puo' scorgere la forma dell'ankh egiziano. Ancora una volta ci troviamo in presenza di un simbolo che incarna tanto il femminile (la Dea Madre) quanto il maschile (il dio Toro). Se queste restano solo delle ipotesi, sono invece reali le pitture rupestri sparse un po' ovunque. Possiano risalire molto indietro nel tempo per rintracciare alcuni riti propiziatori, magici, inerenti alla caccia: nella grotta di Altamira in Spagna, infatti, compare un culto magico della caccia all'uro, un bovino simile al toro.  Prima e' stato fatto un cenno ai camuni le cui incisioni erano un modo di comunicare con le forze misteriose e potenti che governano il cosmo. Questi graffiti venivano effettuati in riferimento alle attivita' che l'uomo svolgeva quotidianamente, come la caccia e la guerra e servivano per ingraziarsi queste entita' superiori. Perche' parlare della caccia? Perche' sembra che il labirinto sia strettamente associato ad essa per due motivi. Il primo e' che nella preistoria, per assicurarsi la preda, si costruivano dei corridoi con dei pali, creando così una strada senza uscita, che terminava cioe' in un "vicolo cieco", costituito da un piccolissimo spazio circolare, dove l'animale trovava la morte certa.

La caccia era soprattutto la prova iniziatica che un giovane doveva sostenere per entrare a far parte della comunita' degli adulti, per diventare uomo. Il secondo e' che la caccia era sempre preceduta da riti propiziatori, come le incisioni, tra cui la danza. Siamo così giunti ad un altro elemento base del labirinto. Infatti dedalo, oltre a costruire il labirinto, fu anche l'ideatore della danza rituale ad esso associata. La "danza delle gru" o gheranos e' la danza che Teseo ed i 14 fanciulli finalmente liberi attuano, imitando i meandri del labirinto e festeggiando la scampata morte, la resurrezione. Questa danza che a volte viene attribuita allo stesso Teseo che la eseguiva sull'isola di Delo, imitava quella degli astri, l'armonia cosmica, con Teseo a rappresentare la Terra e gli altri 14 superstiti gli astri. I movimenti eseguiti, alternando giri a destra e a sinistra, (come i bracci della crece uncinata), allontanamenti ed avvicinamenti, imitavano il movimento di stelle, sole e pianeti. La danza ripeteva cio' che accadeva in Cielo, e veniva eseguita attorno ad un altare fatto di corna. Ad un movimento verso sinistra, la direzione della morte, op[posta al sole, seguiva un movimento verso destra, verso un ordine ritrovato, in grado di sconfiggere le influenze demoniache, il caos, gli Inferi, ed era la vittoria della vita sulla morte. Questa danza puo' derivare il suo nome da diversi fattori. In primo luogo i giovani danzavano tenendosi per mano oppure uniti tramite una fune, e questo ricorda il modo di volare delle gru, che seguono un capofila e si mantengono in contatto le une con le altre. Inoltre questi uccelli a volte volano all'impazzata e il loro volo sembra richiamare la tortuosita' dei meandri labirintici. Ma forse il motivo piu' sensato e' la capacita' di questi uccelli di compiere lunghe migrazioni e riuscire poi a tornare indietro senza mai perdersi, proprio come Teseo porta a termine il suo viaggio di andata e ritorno nel labirinto. La danza delle gru era il viaggio iniziatico negli Inferi dove il toro nero e' il toro infernale che divora le vittime che non sanno riemergere dal buio, dove il faraone compie il suo viaggio affrontando e vincendo l'oscurita'.

Due sono gli elementi che saltano agli occhi: il legame tra labirinto e viaggio e quello tra rappresentazione del cosmo ed il numero 15, inteso come 7x2+1. Per compredere meglio cosa cio' voglia dire facciamo riferimento ai classici. Quanto importante sia il numero sette ce lo dice Virgilio nell'Eneide (7 foci del Nilo, 7 spire del serpente sulla tomba di Anchise, una spira per ogni anno di viaggio, 7 giovenchi ed agnelli da sacrificare, 7 colli di Roma, 7 corde della cetra di Orfeo). E 15 sono le tappe del viaggio di Enea, sempre secondo uno schema ad anelli, dove il centro, Cerauni, e' la Terra. Qui il pilota della nave si sveglia a mezzanotte ed osserva la volta celeste, ricongiungendo così i due estremi, cielo e terra, dove ha luogo il movimento dei 7 pianeti. Nell'Iliade lo scudo di Achille, opera di Efesto, ripropone il tema dell'ordine cosmico, della danza degli astri, di quell'armonia cui l'uomo anela. Nella prima fascia sono raffigurati ilo mare, la terra ed il cielo con i pianeti, nella seconda fascia, che ritrae la vita quotidiana, spicca una danza nuziale; la terza fascia, ambientata nella campagna, mette in risalto la danza per la vendemmia; nella quarta fascia predomina incontrastata la danza del labirinto; ed infine, nell'ultima fascia, e' raffigurato l'Oceano, ovvero il caos iniziale. Benche' si parli di 51 giorni finali dell'assedio di troia, quelli realmente narrati sono 15, 7 nella prima parte e 7 nella seconda, in modo che ad ogni giorno della prima parte corrisponda un giorno della seconda. Il giorno centrale e' il centro per eccellenza: alle 12,00 sarà la bilancia a decidere il destino dei combattenti troiani ed achei. La stessa citta' di troia rappresenta il labirinto per antonomasia, nel senso di citta' ottimamente fortificata, protetta da 7 mura e costruita da Poseidone al suono della cetra di Apollo, che con le sue 7 corde ricorda i 7 astri celesti. Ritorna sempre il numero 7 che corrisponde anche alla settima fatica di Ercole contro il toro cretese; e ci ricorda anche i 7 giri compiuti dagli Ebrei intorno alle mura di Gerico, le 7 fatiche di Teseo, le 7 porte che la dea Ishtar deve attraversare per entrare nel Kigallu, l'Ade, e ancora i 7 poteri che Gilgamesh, astuto come Ulisse, ruba a Khubaba. E tra i due eroi potrebbe esserci anche un altro collegamento. Infatti in alcuni frammenti ittiti Gilgamesh (il quale uccise un toro, il toro celeste mandato dal dio An su richiesta di Ishtar) viene chiamato Ulluya. In accadico il termine ulla significa "lontana" e richiama certamente il nome di Ulisse. Molte sono le citta’ che portano il nome di Troia in Europa. In particolare alcune cronache gallesi sostengono che Bruto, nipote di Enea, fondo’ la Gran Bretagna insieme agli scampati della guerra di Troia. Egli avrebbe fondato la citta’ di Caerdroia, la cui etimologia si puo’ forse far risalire a Cairn=monumento +Troia (gaelico).

È interessante notare che a livello linguistico la parola labirinto si ricollega al verbo “errare”, inteso non solo come vagabondare ma anche come sbagliare. Di nuovo torno l’idea del viaggio n on lineare, irto d’insidie, lungo e doloroso, come quello di Ulisse che, lungi dal poter essere identificato geograficamente, e’ senz’altro un viaggio simbolico e spirituale. Quanto il peregrinare di Ulisse richiami il movimento degli astri si evince anche dal fatto che l’eroe resta lontano da Itaca per ben 19 anni dalla partenza della spedizione troiana, il tempo necessario affinche’ anno solare e mese lunare tornino a coincidere. È Ulisse stesso a narrare il suo viaggio sulla scia dei ricordi, mentre l’azione narrata dal poema riguarda solo gli ultimi 29 giorni di viaggio (mese lunare) piu’ i 6 ad Itaca. Il simbolismo del percorso si riaffaccia nella struttura numerica dei “luoghi” da Troia ad Itaca, che sono 15. Non a caso quello centrale, l’ottavo’ e’ l’Ade; ancora una volta un mortale scende negli Inferi, vivo di una nuova vita, rinato dopo un’esperienza concessa a pochi, come a Gilgamesh, l’eroe babilonese che combatte contro Khubaba, mostruoso gigante con la testa di toro, il cui volto e’ formato da viscere. Esse sono senza dubbio collegate al labirinto; nelle tecniche divinatorie infatti il responso favorevole o meno dipendeva dai rigiri delle budella. Gli altri 14 punti  disegnano a due a due sette cerchi concentrici, i pianeti. La danza degli astri e’ qui rappresentata dagli allontanamenti ed avvicinamenti alla patria e dai movimenti verso oriente e verso occidente. Il viaggio di Ulisse rappresenta il movimento della Terra e dei 7 pianeti nel cosmo. Questo e’ lo schema proposto da Gioacchino Chiarini nel suo libro “Kosmos. Itinerari nell’epica classica”.

  Ilio               7.   Itaca                              Saturno = difficile compimento
  Ciconi          6.   Feaci                             Giove = ospitalita’
  Lotofagi       5.   Calipso                         Marte = battaglia
  Ciclope        4.   Mandrie del Sole          Sole = fecondita’, nutrimento
  Eolo             3.   Scilla e Cariddi             Venere = doppio
  Lestrigoni    2.   Rupi Erranti                  Mercurio = veloce e imprevedibile
  Circe            1.   Sirene                            Luna = femminile e magico
0.   Ade                                                          Terra

Non c’e’ solo quello che si muove nel cosmo. Infatti le tappe reali del viaggio prima di giungere ad Itaca sono 12; il viaggio di Ulisse e’ costruito proprio come il labirinto cretese con le sue 12 circonvoluzioni. C’e’ una rappresentazione astrale completa del movimento dei pianeti e della suddivisione nei 12 mesi dell’anno e delle relative costellazioni. È il ciclo del sole e della luna che viene rappresentato nel labirinto e in tutte le incisioni spiraliformi preistoriche, quello che garantiva la stabilita’ e la fecondita’ sulla terra, conosciuto e calcolato in tempi assai remoti, poiche’ garantiva l’alternarsi del giorno e della notte. Mi viene a mente anche il gioco della palla tipico dei maya, in cui l’area da gioco rappresentava il cosmo, il mondo, mentre la traiettoria della palla rappresentava il cammino del sole nel cielo. Anche questa era una cerimonia che voleva rappresentare il movimento degli astri, l’opposizione fra le forze cosmiche che rende possibile la vita. E forse, ripercorrendo tutte le tappe dell’arte rupestre, e’ possibile leggere una storia, quella che parla dei grandi sconvolgimenti avvenuti sulla terra molto tempo fa, quando il toro nero, o Minotauto, nella sua furia incontrollata, irruppe nella vita dell’uomo e la sconvolse, soppiantando il toro bianco, quello divinizzato come fecondatore della Grande Madre. I nostri predecessori ci hanno lasciato un grande insegnamento: così come le forze oscure della natura distruggono tutto perche’ sconosciute, improvvise e incontrollabili, anche il lato oscuro dell’uomo puo’ renderlo distruttivo.

È questo aspetto che dobbiamo conoscere, combattere e controllare, affinche’ possiamo definirci esseri umani e non bestie e non distruggere tutto quello che ci circonda. L’armonia non e’ un fatto assodato, e’ qualcosa che si conquista, lottando anche contro noi stessi. Sono la consapevolezza, la conoscenza e, perche’ no, anche l’astuzia l’unica arma che abbiamo per elevarci ad un grado piu’ alto, la nostra ascia bipenne, quella che ci consentira’, nel castrare la nostra parte nera, di rinascere ad una nuova vita. Il labirinto e’ un viaggio che si attua sia nel macrocosmo che nel microcosmo, due mondi che rispondono alle stesse leggi: e’ il viaggio del sole che durante l’inverno scompare per poi ritornare a splendere alto nel cielo a primavera; ed e’ il viaggio dell’uomo alla ricerca dell’immortalita’ che si conquista con la vittoria sul Minotauro, con la discesa nel regno dei morti, per poi uscirne rigenerato. È questo continuum vita-morte-vita che il labirinto, e tutti i simboli che ad esso si collegano, ci svelano: la vita e la morte, lungi dall’essere opposti inconciliabili, si avvicendano, creando così l’immortalita’, la premessa di una nuova vita che ha ragione proprio nell’oscurita’, la stessa da cui il sole, dopo essere tramontato, riemerge. L’uccisione del Minotauro, del toro nero, l’uscire vivi dal labirinto, stanno ad indicare una rinascita, una rigenerazione, un viaggio iniziatico alla ricerca di qualcosa, sia Dio o sia il segreto dell’immortalita’, la conoscenza dell’ermetico o la conoscenza di se stessi, della parte bestiale che alberga in ciascuno di noi. È la lotta dell’uomo non solo contro la morte, o meglio delle difficolta’ che si devono affrontare lungo il cammino, ma anche contro le proprie debolezze, contro il nostro toro nero, quella parte malvagia di noi che ci rende simili alle bestie nel suo prevalere sulla nostra coscienza e conoscenza. Mi viene spontaneo pensare anche che le imprese e gesta eroiche di Gilgamesh, Ercole o Ulisse, i quali affrontano mostri portatori di morte, i loro viaggi labirintici e le conseguenti raffigurazioni, raccontino la storia dei nostri antenati, di un popolo molto antico, vissuto in un’epoca molto remota, che si vede annientare da qualche catastrofe, da cui vennero risparmiati pochi superstiti, i nostri eroi, appunto. I quali, custodi di un’antica sapienza, affrontarono la morte e la sconfissero, “rinascendo” in un mondo nuovo, diverso da quello in cui avevano vissuto per tanto tempo, in cjui si dispersero. E, come gli apostoli, portarono nei luoghi dove approdarono le loro conoscenze, così che non tutto andasse perduto ed in modo tale che la civilta’ potesse rinascere.

Fonti bibliografiche:
Gioacchino Chiarini - Kosmos. Itinerari nell’epica classica.
Paolo Santarcangeli - Il libro dei Labirinti.
Hera n. 13
Focus n. 97
Gorge Hart - Miti egizi

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Sirius


Coloro che cercano, cerchino finché troveranno.
Quando troveranno, resteranno turbati.
Quando saranno turbati si stupiranno, e regneranno su tutto.

 

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