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"E' in corso uno sforzo concentrato per prevedere e gestire il comportamento umano in modo che gli scienziati sociali e l'elite dittatoriale possano essere in grado di controllare le masse e proteggersi dalle ricadute di un'umanità libera completamente risvegliata. Solo risvegliandoci ai loro tentativi di metterci a dormire noi abbiamo una possibilità di preservare il nostro libero arbitrio."
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La meditazione ai fini dell’illuminazione

La meditazione ai fini dell’illuminazione

Tratto da: http://www.salvatorebrizzi.com
di Salvatore Brizzi

Innanzitutto chiariamoci sul termine »illuminazione«: la realizzazione del proprio vero  Sé, per mezzo dell’identificazione fra l’io individuale e l’essere assoluto. Detto in altre parole, il ricercatore – quello che nella cultura occidentale veniva semplicemente chiamato filosofo – realizza che il suo io non ha esistenza separata rispetto all’oggetto – Dio, l’essere – della sua ricerca. Se vogliamo attenerci alla tradizione occidentale, possiamo parlare della figura del filosofo che cerca e realizza la Verità. Non la ottiene come acquisizione intellettuale, bensì la incarna. Diceva il nostro Gesù: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Gv 14,6
Nell’esoterismo questo processo è definito come “ritorno a casa del Padre”.
 
L’illuminazione è difficile. Inutile prendersi per il culo (non è un “evento quantistico di massa”!!!).
Occorrono intere vite di ricerca spirituale prima di giungere all’incarnazione nella quale tale realizzazione finalmente avviene. Chi vi dice che l’illuminazione può avvenire in chiunque e in qualsiasi momento, da un punto di vista teorico ha ragione, in quanto ognuno di voi è già in questo momento la consapevolezza che sta cercando; tuttavia, da un punto di vista pratico – e realistico – l’illuminazione accade a pochissimi. Oggi sta accadendo molto più che in passato, ma in ogni caso stiamo parlando di perle rare, se consideriamo una popolazione di sette miliardi di esseri umani.
Shankara (ca VII sec. d.C.), riconosciuto come il fondatore della scuola advaita vedanta (filosofia della non-dualità), ha indicato il contatto con il guru (un essere che ha realizzato il Sé) e lo studio della filosofia advaita come gli unici elementi indispensabili per ottenere tale realizzazione.
 
La meditazione, ai tempi di Shankara così come ai nostri tempi, è sempre stata assegnata all’allievo che doveva ancora sviluppare alcune capacità di base atte a realizzare “in un istante intuitivo” l’identificazione con l’essere. La meditazione quindi non serve – e non è mai servita – come via per ottenere l’illuminazione, ma solo come esercizio propedeutico ad essa, nell’ottica di acquisire qualità ancora mancanti.
 
Un aspetto indispensabile nella filosofia della non-dualità è la capacità di indagare il proprio stesso io; lo stesso Shankara tratta della rimozione dell’ignoranza attraverso l’indagine. Risulta però ovvio che se il discepolo non è ancora in grado di tenere la coscienza ferma e concentrata sulla sensazione di »esserci« (l’io, appunto), non è cioè in grado di “ricordarsi di sé”, come direbbe Gurdjieff, allora è necessario che egli pratichi la meditazione, non per illuminarsi, bensì con il fine di acquisire o affinare tale capacità. Se infatti non siete in grado di tenere a bada la mente, non vi potete ricordare di voi, ossia non potete restare fermi nel vostro esserci; e se non potete indagare l’esserci individuale, non potete nemmeno realizzare l’essere assoluto.
 
Il fatto che nessuna pratica meditativa possa condurre all’illuminazione, non è un punto di vista opinabile, ma costituisce un punto fermo sul quale concordano tutti coloro che hanno realizzato il Sé. Non sto parlando di studiosi né di compilatori di antologie.
 
Se osservo me stesso, mentre sto scrivendo, realizzo immediatamente che ciò che sono, non avrei mai potuto ottenerlo con un atto volitivo di quell’io che credevo di essere fino a poco tempo fa. Che fosse meditazione piuttosto che ingurgitare un decotto di ayahuaska... niente, ma proprio niente, avrebbe potuto condurmi Qui, dove sono adesso, che è poi dove sono sempre stato.
In ogni caso, è sufficiente leggere un libro o porre domande a un qualunque individuo realizzato, per averne conferma.
 
Dice Poonja, allievo di Ramana Maharshi:
-Non dai niente da fare ai discepoli?
-Nessuno fa niente qui. Le persone che vengono qui hanno già fatto molte cose con altri insegnanti. Io mi limito a dir loro: “Rimanete tranquilli, in silenzio”.
-E questo non comporta una pratica?
-Qui vengono persone da tutte le parti del mondo. Tutti gli insegnanti avuti in precedenza hanno dato loro degli insegnamenti, ma evidentemente non ci sono stati risultati. Ci sono molti ashram al mondo, molti centri spirituali. In quei posti succedono molte cose di vario genere, ma non danno risultati. Le persone hanno tante esperienze spirituali, ma nessuno ottiene la libertà in quei posti. Qualsiasi yoga o pratica si segua, viene fatto con la mente o con il corpo. Lo yoga è fatto principalmente con il corpo, la meditazione con la mente. Qualsiasi comprensione si ottenga dalla meditazione, deve quindi avvenire nella sfera mentale.
 
Lo stesso Siddharta Gautama Buddha praticò meditazione e ascesi sotto la guida di almeno due maestri accertati storicamente – Āḷāra Kālāma e Uddaka Rāmaputta – in due successivi momenti della sua vita, ma in entrambi i casi, pur avendo raggiunto obiettivi spirituali elevati e nonostante fosse diventato maestro a sua volta, non ritenne di aver ottenuto la liberazione finale, la quale arriverà solo più tardi, sotto il famoso albero (un ficus), dopo sette settimane di “raccoglimento ininterrotto”.
 
Se uno dei mille insegnanti odierni di pratiche meditative – ovviamente sempre collegate a tradizioni pure e antichissime (perché ciò che è antico di almeno un millennio è, per definizione, più figo/efficace di ciò che è odierno) – con il fine di giustificare il suo corso di meditazione, vuole chiamare meditazione anche le sette settimane di raccoglimento del Buddha, è libero di farlo, ma allora dobbiamo chiarire cosa intendiamo per meditazione, perché nulla di ciò che viene insegnato oggi in un qualunque corso di meditazione – e io in passato ne ho frequentati diversi – somiglia allo stato che ha portato il Buddha all’illuminazione finale. Tali pratiche sono invece proprio quelle che il Buddha ha incrociato nella sua giovinezza, per poi abbandonarle.
 
Se vogliamo definire con il termine meditazione anche l’indagine finale sulla natura illusoria del proprio io, allora Buddha ha meditato pure in quelle sette settimane, e anche Poonja, Ramana Maharshi, Nisargadatta Maharaji e tanti altri fino ai più recenti Gangaji, Francis Lucille e Rupert Spira, sarebbero d’accordo nel consigliare questo genere di meditazione. Come al solito... basta chiarirsi sui termini.
 
La meditazione è molto utile se viene praticata con fini chiari e per periodi di tempo limitati, esattamente come per le modificazioni della dieta e per i comportamenti sessuali. Nessun maestro serio – ma nemmeno un qualsiasi individuo con un po’ di sale in zucca – ti direbbe che chiunque su un percorso spirituale deve diventare vegetariano oppure deve praticare meditazione oppure deve praticare la ritenzione del seme durante i rapporti sessuali. Un vero maestro – se ne ha voglia – ti consiglia come meditare, come mangiare e cosa fare in ambito sessuale (possono anche essere necessari periodi di digiuno o di astinenza) a seconda di come si modifica il tuo stato interiore giorno dopo giorno, monitorandoti durante tutto il percorso. Solo una scuola deviata – e il fatto che sia antica non significa che non fosse già deviata in origine – prende un solo aspetto del percorso spirituale, lo esalta e lo assegna a tutti i discepoli, indicando la meditazione oppure l’orgasmo senza eiaculazione come “via verso l’illuminazione”.
 
Non mi stancherò mai di dire che non è possibile garantire oggi, nel 2016, l’affidabilità e l’efficacia di pratiche e metodi vecchi di secoli, se non di millenni. Una pratica meditativa o un mantra o un esercizio sessuale che potevano tranquillamente venire assegnati a un individuo nato ai piedi dell’Himalaya nel 1000 d.C., potrebbero non essere adatti – o addirittura creare dei disastri – nell’apparato psicofisico di un newyorkese del 2016. E infatti i problemi regolarmente si presentano. I corpi sottili e di conseguenza la sensibilità/ricettività del sistema nervoso degli esseri umani alle energie sottili, muta sia nel corso del tempo (l’umanità di oggi è totalmente diversa da quella di 1000 o 2000 anni fa; la densità stessa dei corpi fisici cambia con i secoli), sia in seguito all’appartenenza a una razza piuttosto che un’altra. Ci sono differenze anche fra i sessi; infatti non è un caso che determinate pratiche fossero assegnate solo agli uomini e che, per esempio, donne e uomini durante la messa dovessero occupare due zone separate. Ma la deviata mente moderna, anziché informarsi da chi ne sa di più riguardo le leggi regolano le energie, comincia a fare discorsi sulla discriminazione femminile del passato!
 
Dal momento che per lavoro incontro centinaia di persone tutte “in odore di spiritualità”, i disastri di certe pratiche io li vedo tutti i giorni. Gli occhi lucidi e arrossati di chi pratica la meditazione oppure la ritenzione del seme (i due lavori producono effetti molto simili sia sui corpi sottili che sul sistema nervoso) mi sono fin troppo familiari. Entrambe le pratiche aumentano la quantità di energia in circolo, ma questa segue le linee di minor resistenza all’interno dell’apparato psicofisico, per cui si dirigerà principalmente verso i meccanismi psicologici già esistenti. Per esempio, di norma chi pratica molta meditazione incrementa il suo livello di giudizio e diventa più critico nei confronti della società. Senza nemmeno rendersene conto si focalizza sempre di più verso il brutto e lo sbagliato, continuando però a credere di stare adottando un atteggiamento utile all’evoluzione sua e degli altri.
 
Inoltre l’energia sessuale, proprio perché viene prima incrementata da yoga e meditazione e poi imbrigliata all’interno di esercizi e rituali, diviene sempre meno gestibile nella vita quotidiana, un ordigno sempre pronto ad esplodere; cosicché il discepolo (di solito un “Crowley dei poveri”) è costretto a giustificare una condotta sessuale lasciva e dissoluta con un mancato interesse verso il rapporto di coppia monogamo, che a suo dire sarebbe oramai vecchio e superato. Pur di non ammettere che le cose non stanno andando proprio per il verso giusto, finge, anche con se stesso, che un comportamento meccanico e compulsivo sia in realtà frutto di una scelta filosofica ponderata.
 
Praticando meditazione od orgasmo senza eiaculazione o la recitazione di mantra, per un periodo di tempo abbastanza lungo, cominciano anche ad accadere le cosiddette “esperienze spirituali”: si va dalle visioni mistiche, al senso di beatitudine, alla percezione dell’unione con il tutto. Ovviamente niente di tutto questo ha qualcosa da spartire con “la realizzazione della natura illusoria di colui che cerca”. Inoltre, paradossalmente, l’io, anziché mollare la presa, diviene sempre più orgoglioso, poiché sente di stare facendo qualcosa di utile nel percorso di avvicinamento all’illuminazione. Un’illuminazione che è sempre a un passo, ma mai qui-e-ora.
 
Meditate gente...  meditate.
 
 

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